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mercoledì 22 marzo 2017

MAFIA-ROTHSCHILD VUOLE UNA GUERRA TERMONUCLEARE CON LA RUSSIA



di Cristina Bassi
Quel che segue è la mia sintesi e traduzione della intervista radiofonica (webradio in UK) di Richie Allen Show,  pubblicata su youtube il 17 marzo 2017, (https://www.youtube.com/watch?v=44lTeeAI0io) fatta da Richie Allen al Senatore della Virginia, ex Veterano, Richard Black.
All' intervista è stato dato  il titolo di:  “L’elite globale vuole una guerra termonucleare con la Russia "
''La Russia dopo il crollo del muro di Berlino,  ha voluto essere parte dell' esperienza Europea. La NATO da allora ha cercato scuse … sulla Russia che minaccia tutti. Stupidità, non c’è sostanza in queste accuse. Ma c’è un autentico pericolo di guerra con la Russia
Le guerre non accadono all’improvviso, ma sono programmate per tempo e con premeditazione e arrangiamenti diplomatici.
Alla fine della Guerra Fredda facemmo delle promesse alla Russia: che non avremmo spostato di un millimetro verso Est i territori NATO ,  ed ora vediamo continuamente il contrario 
Stiamo ora rischiando una situazione in cui siamo vicinissimi a poteri nucleari in una situazione molto tesa.
Ci sono persone, i ragazzi di Davos in Svizzera…, che si riuniscono e pontificano e che letteralmente desiderano rischiare una Terza Guerra Mondiale che implichi armi termonucleari 
Deve considerare che l' Elite Globale si nutre di guerre. Si pensi ad Obama, in carica per 8 anni, con un Nobel per la Pace …ci si aspettava  che portasse il nirvana e invece ha portato ininterrottamente guerre e combattimenti per tutti il tempo della sua presidenza.'' 
Fonte :http://www.thelivingspirits.net/societa-orwelliana/senatore-ex-veterano-richard-black-lelite-globale-vuole-una-guerra-termonucleare-con-la-russia.html
http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/

LA POVERTA' E' STATA PIANIFICATA PER ARRIVARE AD UN GOVERNO MONDIALE



DI SEGUITO L’INTERESSANTE INTERVISTA CHE COSCO HA FATTO AL GIORNALISTA E SCRITTORE MAURIZIO BLONDET E CHE E’ STATA PUBBLICATA SULLA RIVISTA "TEOLOGICA", N.5, SETTEMBRE/OTTOBRE 1996.

Maurizio Blondet è inviato speciale di "Avvenire" e autore di diversi libri tra i quali: "Gli <<Adelphi>> della dissoluzione. Strategie culturali del potere iniziatico" (Ares, Milano 1994), "Complotti. I fili invisibili del mondo. I - Stati Uniti, Gran Bretagna" (Il Minotauro, Milano 1995) e, per lo stesso editore, "Complotti. II - Europa e Russia".

Domanda: Dott. Blondet, oggi da più parti si stanno lanciando gravi accuse alla musica Rock e tra queste, in particolare, quella di diffondere il culto del diavolo. Secondo Lei si può parlare di un rock satanico ?
Risposta: Io non ho indagato molto su questo argomento specifico. Ho letto però qualcosa. Il settore più vicino di cui mi sono occupato, per un certo periodo, è quello dei centri sociali, come il Leoncavallo, dove producono anche musica. All’interno di questi centri circolano dei testi di origine americana, ne cito uno che ha un titolo particolare: "Zone temporaneamente autonome". L’ideologia dominante in questi testi è una specie di anarchismo mistico, ma di un misticismo rovesciato, naturalmente. In realtà ci sono dei centri, dei gruppi di potere, probabilmente, che dall’America cercano di trasformare questi centri sociali in luoghi di resistenza rivoluzionaria, ma, questo tipo umano dei centri sociali non riesce più ad essere utilizzabile per una rivoluzione, perché il rivoluzionario deve essere in grado di sacrificare il suo presente per il futuro. Questi gruppi di potere cercano di preparare, tra gli aderenti ai centri sociali, comunque, dei ribelli, predicando una specie di saccheggio continuo, di saccheggio permanente. Tutto ciò viene condito con forme di ritualità riferita ad esoterismi aberranti, tipo la "Setta degli Assassini", tipo certe pratiche tantriche e altre cose del genere, allo scopo di provocare la dissoluzione della mente. Questo lo so perché l’ho constatato, perché l’ho visto e l’ho letto in questi testi.
D.: Lei sa che in certi testi di musica rock vengono inseriti dei messaggi subliminali, che vengono assorbiti dalla mente dell’ascoltatore e, in un secondo tempo, decodificati. Secondo alcuni studiosi del settore sono da intendersi come frammenti di un inquietante vangelo di tenebra. Lei è dello stesso parere ?
R.: Direi proprio di si . La musica rock è animata da uno spirito di nichilismo, una specie di cultura della morte che si esprime attraverso essa e che cerca, anche, di colpire, attraverso certi particolari ritmi, e può introdursi e dominare molto profondamente la psiche umana. Questi ritmi sono, appunto, quelli tribali. Si può parlare di una forma di magia in qualche modo nera, perché la magia è una tecnica antica per influire sulla mente, ovviamente, è magia nera quando lo scopo finale è quello non di provocare uno stato mentale superiore, ma uno stato mentale inferiore. La musica rock, poi, contrabbanda, attraverso le parole stesse, non solo i messaggi subliminali di cui dice Lei, ma tutta una serie di concetti dissolutori, tipo il godere subito, la droga, la morte stessa vista come una fascinazione, la perdita dello stato di coscienza, insomma cose del genere.
D.: Tutto ciò è anche alla base della creazione di "salti di paradigma", cioè l’induzione nella mente delle persone di valori nuovi?
R.: Indubbiamente si. Una intera generazione, quella degli adolescenti, vive per andare il sabato sera nelle discoteche e già questo è emblematico. Non fanno altro e non aspirano ad altro che a questo.
D.: Un altro fenomeno che produce "salti di paradigma" è la filosofia della New Age...
R.: Un vero e proprio supermercato delle religioni dove ognuno si crea la propria, prendendo un po’ qui e un po’ là, senza alcun impegno spirituale autentico. Ci sono dei banchi dove si prende un po’ di culto dei dischi volanti, un po’ di tantra yoga, reincarnazionismo, etc. Ciascuno si fa la sua religione personale. In America Latina questo tipo di ideologie sono diffuse, attraverso stampati e conferenze, dalla Fondazione Rockefeller.
D.: Lei, nei suoi libri, fa riferimenti anche a strane politiche ONU. Quale ideologie diffonde questo Organismo ?
R.: La classe di comando dell’ONU, a quel che ho visto in Jugoslavia, ha uno stampo massonico molto evidente. Cosa questi signori vogliono fare specificatamente, in realtà, non lo so. Di certo, tutti, condividono il progetto di superamento degli Stati nazionali in una ideologia mondialistica.
D.: Eresie del Nuovo Ordine Mondiale ?
R.: Si, in un certo senso si. Bisogna tuttavia stabilire che qui parliamo di massonerie che, però, non sono la normale massoneria. La massoneria, quella che conosciamo, è soltanto un vivaio, da cui vengono poi cooptate le persone fiduciarie per cerchie sempre più interne di cui non si sa assolutamente niente, solo ogni tanto viene fuori qualche notizia come, ad esempio, la società segreta di "Sckull and Bones" di Bush. In generale, quando si parla di massoneria non si deve intendere la massoneria che fa i comunicati sui giornali.
D.: Quali rapporti ci sono tra la ricerca dei poteri magici, la rivoluzione culturale e il comunismo ?
R.: Bisogna pensare alla rivoluzione, quella con la erre maiuscola, come ad un fenomeno storico che supera di molto il comunismo. Il comunismo non è che una fase della rivoluzione, in realtà lo scopo finale della rivoluzione è la sovversione "in interiora hominis". Nell’uomo esiste una gerarchia: intelligenza, volontà ed istinto. L’intelligenza domina la volontà, la volontà gli istinti; questo nell’uomo che è spiritualmente sano. L’ultima vera rivoluzione, dopo la rivoluzione sociale, che è il comunismo e che è comunque fallita, è la rivoluzione culturale, che promuove cambi di paradigma che devono servire a creare una nuova gerarchia all’interno dell’uomo, per cui, ad esempio, l’istinto, e specificatamente l’istinto sessuale, l’istinto di godere, diventa la guida di tutti i comportamenti umani e domina la volontà e l’intelligenza. Questa sovversione è, praticamente, la dannazione dell’uomo. La rivoluzione è un fenomeno metastorico che ha la sua origine forse in Lutero, forse, addirittura, nell’umanesimo e punta veramente al rovesciamento di tutti i valori come diceva Nietzsche, e alla dannazione dell’uomo. Questo sistema, attraverso l’ideologia che predica concetti tipo "l’uomo deve sempre godere e subito", porta alla morte dell’anima. L’autore vero della rivoluzione, intesa in questo senso, è Satana stesso, a cui non importa nulla della giustizia sociale e delle uguaglianze sociali. Io vedo il comunismo come una fase superata da questi pseudo-misticismi, da questa ricerca di poteri magici.
D.: Solo in America, 50.000 persone, ogni anno, vengono sacrificate a Satana...
R.: Queste cifre sono contestate. Non so se Lei ha letto i libri di Massimo Introvigne. Sono cifre che in realtà io spero che non siano vere.
D.: Si hanno dei resoconti fatti da testimoni oculari, ma, anche se le cifre di questi crimini fossero molto più basse, perché la stampa tace ?
R.: La stampa appartiene ai centri di potere finanziari, internazionali o nazionali, non ha interesse a creare un allarme sociale. Lo sforzo di tutta la stampa, di tutti i mass-media è quello di far credere alla gente che viviamo in un mondo trasparente, dove non c’è nulla da nascondere.
D.: Serge Hutin, nel suo libro "Governi occulti e società segrete", racconta che Jacques Berger gli ha confidato che "esiste una serie ben precisa di argomenti di cui la stampa ha assoluto divieto di parlare; l’elenco, redatto in una specie di piccolo libro nero, viene consegnato a tutti i direttori dei più importanti organi della stampa di informazione - qualunque sia il regime politico del Paese, poiché il divieto è d’ordine universale - siano essi al servizio del capitalismo o del comunismo". Quanto potrebbe essere vero tutto ciò ?
R.: Non c’è bisogno di questo. I direttori dei giornali vengono cooptati tra le persone banali che non hanno il coraggio di cercare cose anticonformiste anche perché esiste tutto un sistema e io ne ho parlato in varie conferenze. La gente, comunque, pensa che il giornalista si va a cercare le notizie nel 99% dei casi, ma non è vero. Al contrario, sono le notizie che vanno a cercare il giornalista. Ci sono dei centri che diffondono le notizie, fondazioni culturali tipo Rockefeller e poi i governi. Questi centri hanno interesse a nascondere la complessità della realtà. Ai giornali le notizie arrivano, di fatto, con le agenzie di stampa, che sono cinque al mondo, e, praticamente, quasi tutte le notizie che appaiono sui giornali vengono da queste agenzie e non sono controllate direttamente dal giornalista. Questo è il meccanismo conformista che viene favorito dal sistema mediologico. In realtà il sistema mediologico non serve a far sapere la realtà, ma a creare un rumore di fondo omologante in cui tutti pensino allo stesso modo.
D.: Nel Suo libro "Gli <<Adelphi>> della dissoluzione" Lei parla di un ambiente tipico dell’ONU...
R.: E’ gente che, tra l’altro, fa mercato di bambini. E’ provato, l’ha scritto Lucio Lami, per esempio, in Cambogia fanno mercato di donne e bambini. La maggior parte dei funzionari dell’ONU sono poi omosessuali. Non mi stupisco che in un simile ambiente fioriscano certi culti satanici perché sa, il primo gradino è quello, poi c’è l’aberrazione sessuale, dopo di che si cercano altre cose.
D.: Per quanto riguarda la situazione politica italiana...
R.: Le centrali internazionali volevano, già quattro anni fa, che andasse al potere qualche loro fiduciario, per fare le privatizzazioni quali programmi di austerità necessaria per prepararsi alla mondializzazione, alla privatizzazione, cioè alla vendita agli stranieri delle aziende di Stato sane. Noi siamo un’appendice di questo grande fenomeno che sta avvenendo nel mondo, per cui hanno deciso di trasferire i grossi gruppi industriali nei paesi dove la manodopera costa cento volte meno, tipo Cina, Vietnam, Sud Est Asiatico, etc. Questo significa che in Italia, nell’Europa in generale, tutti gli operai dovranno perdere il lavoro perché l’Occidente dovrà specializzarsi in certi tipi di servizi avanzati. Tutto ciò, naturalmente, creerà una struttura sociale diversa, una grande miseria in generale e pochi ricchissimi. Questo è il meccanismo che si innesca per arrivare al governo del mondo. Questi centri internazionali, come del resto nell’Est europeo, hanno deciso che è meglio far fare queste cose alle sinistre perché le sinistre tengono ferma, tengono calma, la manodopera. Il caso Berlusconi ha disturbato questo piano e quindi si sono messe in moto tutta una serie di forze nazionali ed internazionali per distruggere il governo Berlusconi. Adesso siamo tornati a quella "normalità" (tra virgolette).
D.: Secondo Lei è ancora reversibile questa trasformazione della struttura sociale ?
R.: Io vorrei sperare che la gente se ne renda conto. E’ così rincretinita dal sistema mediatico che non sta ancora capendo, però, quando la situazione sarà disperata ci sarà, me lo auguro, una qualche forma di organizzazione politica che si opporrà. Bisogna stare attenti che queste forme politiche non vengano strumentalizzate ancora nel senso che la sinistra che gestisce l’austerità e l’arretramento non gestisca la protesta, magari in forma di criminalità, di terrorismo inutile, che crea poi, dei riflessi di ordine pubblico di cui loro possono avvantaggiarsi.
D.: E’ possibile che per attuare certi piani, per sfaldare la mente della gente, si sia fatto ricorso e si ricorra anche a messaggi subliminali inseriti subdolamente, qua e là, in programmi televisivi ?
R.: Non è escluso, ma, più frequentemente, sono cose molto più semplici e non c’è bisogno di pensarne altre più particolari. Per esempio, nelle discoteche, solo il livello del rumore ed il ritmo hanno una provata efficacia, senza bisogno di messaggi subliminali. Poi il sudore, un certo tipo di sudore, di sessualità animale, che viene fatta annusare fisicamente. L’antica magia degli odori aveva una capacità di ossessionare più di qualunque altra cosa e ciò va direttamente al subconscio. Basta questo per distruggere le generazioni giovanili ancora poco formate, poco strutturate. Come vede non c’è bisogno di pensare a cose particolarmente diaboliche per ottenere certi scopi.
D.: Lei ha scritto, nei suoi libri, di magia nera praticata nel mondo dell’alta finanza. Si può spiegare meglio ?
R.: Certi personaggi praticano strani riti su un’isola vicino a Washington. Sono personaggi di alto livello, si riuniscono, in notti di luna piena, e celebrano dei riti molto particolari. Naturalmente nessuno vuole indagare su questo perché si tratta di gente molto potente. Sono cose che si sussurrano. Allo stesso modo in certi "entourage" politici, di alto livello, si dice molto sottovoce, che vengano stuprati dei bambini. Il tutto avviene in un sottofondo rituale di magia nera. Non sono persone comuni che fanno queste cose, si tratta di gente che ricopre altissime cariche, funzionari del Pentagono, etc.
D.: I suoi libri hanno denunciato fatti inquietanti e gravissimi. Tutto ciò Le ha comportato dei fastidi ?
R.: Per quanto riguarda "Gli <<Adelphi>> della dissoluzione" il figlio di Raffaele Mattioli, il banchiere, che si chiama Maurizio Mattioli, che è un uomo sulla sessantina, proprietario ed editore della Casa Editrice "Ricciardi", è andato dal mio editore per lamentarsi del mio libro. Gli è stato detto che poteva scrivere una smentita sulla rivista della mia editrice "Studi Cattolici", ma Maurizio Mattioli rispose: "no, non faccio questo, però non distribuisca il volume". Il libro, difatti, non è stato praticamente recensito da nessuno. Le librerie lo accettarono all’inizio poi non l’accettarono più. Sono stato anche attaccato da una rivista americana molto importante "Village Voice", un mensile di New York molto chic, che ha stroncato il mio libro in inglese, un libro che il lettore americano non leggerà mai. Tutto ciò è molto strano, indica come "centri internazionali" siano stati allarmati da questo volume. Sono sicuro di aver colpito nel vero. La persona che parla, nella parte finale del mio libro, sono in realtà tre persone diverse, tra cui, un ex agente della CIA che ho conosciuto negli USA e che mi ha raccontato parte di quella storia che si riferisce a Bush. Sono sicuro di quanto ho scritto anche se tutti i tasselli non li ho potuti dimostrare.


Giuseppe Cosco


Fonte :http://cosco-giuseppe.tripod.com/storia/intervista.htm

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CERIMONIA CELEBRATIVA DEL SESSANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA FIRMA DEI TRATTATI ISTITUTIVI DELLE COMUNITÀ EUROPEE.DISCORSO DI PIETRO GRASSO

Mattarella alla celebrazione parlamentare del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma
Signor Presidente della Repubblica, Signora Presidente della Camera dei Deputati, Care colleghe e Cari colleghi, Signore e Signori,
sono molto onorato di intervenire, anche a nome del Senato della Repubblica, alla celebrazione dei Trattati europei di Roma. Io e la Presidente Boldrini abbiamo dedicato a questa ricorrenza una serie di eventi cui hanno aderito i colleghi delle Assemblee elettive dei Paesi membri, i vertici delle istituzioni europee e altre alte personalità. Mi sembra significativo che le cerimonie e gli incontri parlamentari si chiudano davanti alle Camere riunite del Parlamento, il simbolo e il cuore della nostra democrazia, e alla presenza del Capo dello Stato, che interpreta autorevolmente e instancabilmente l’unità del Paese.
In Unione europea mi sembra che di recente stia crescendo, a livello parlamentare e governativo, la consapevolezza collettiva delle grandi e irrinunciabili acquisizioni dell’integrazione europea, che ha segnato nuovi, finora inimmaginabili parametri di civiltà nella storia universale: nelle relazioni politiche, nella stabilità sociale, nell’effettività dei diritti e dello Stato di diritto. Credo che sia comune a molti anche la convinzione che, di fronte alle sfide interne ed esterne cui dobbiamo tutti rispondere, il lungo cammino dell’integrazione non possa arrestarsi e che è necessario adesso un nuovo slancio, fondato sulla cooperazione rafforzata in certe materie condivise e nell’attuazione di politiche il più possibile unitarie. In gioco sono il futuro del continente e gli equilibri geopolitici globali
I complessi fenomeni sistemici che hanno investito l’Unione, la crisi economica e dell’occupazione, le migrazioni e le tensioni geopolitiche alle frontiere meridionali e orientali, hanno avuto un impatto molto eterogeneo sui Paesi europei, generando a volte risposte politiche divisive, conseguenti sentimenti di sfiducia dei cittadini ed un pericoloso riemergere nel mondo dei nazionalismi. L’Italia da sempre crede fermamente nel multilateralismo, nella diplomazia, nel dialogo, nella solidarietà fra popoli e istituzioni: questo è il principio cristallizzato nell’art 11 della Costituzione e il tratto distintivo della nostra politica estera. Per generare quella coesione indispensabile per il futuro del continente, bisogna intanto ricostruire un clima di fiducia politica, attraverso la rilettura condivisa delle diverse risposte che l’Unione ha dato alle crisi vissute negli ultimi anni, le prime così gravi e intense dall’inizio della sua storia. Serve insomma un vero, profondo dibattito pubblico europeo i cui attori naturali non possono che essere le assemblee rappresentative, le istituzioni in cui gli interessi, i diritti e le ambizioni dei cittadini trovano rappresentanza, tutela e ascolto. Penso che questo dibattito debba avvenire dentro i Parlamenti nazionali, fra di loro e in seno al Parlamento europeo. Il dibattito parlamentare ed interparlamentare può evitare che i problemi siano ostaggio solo di contingenze politiche ed elettorali interne ai diversi Paesi e può consentire di comprendere meglio i punti di vista altrui e le istanze più profonde dei cittadini, riflesse nel pluralismo democratico delle assemblee elettive. Inoltre credo che la cooperazione interparlamentare possa contribuire a rafforzare il controllo democratico in una Unione che ha un esecutivo frammentato (Commissione, Consiglio, Eurogruppo, Ecofin, Banca centrale), che rischia di sfuggire ai tradizionali canali di controllo del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali.
Venerdì scorso il Presidente Mattarella, ricevendo al Quirinale le delegazioni di tutti i parlamenti europei, ha giustamente ricordato quale passaggio fondamentale sia stata per l’integrazione europea la consacrazione democratica dell’Unione, anche con le più recenti evoluzioni che hanno interessato le dinamiche di individuazione del Presidente della Commissione. Ha anche segnalato che le trasformazioni del Parlamento europeo non derivano soltanto dalla prassi parlamentare ma traggono “linfa dalle comuni radici, dalla nostra comune cultura, da un patrimonio di principi e sensibilità condiviso dai popoli” (sono sue parole).
La legittimazione democratica delle istituzioni europee impone la responsabilità di armonizzare il livello nazionale e quello europeo, avvicinandoli sempre di più. Il Parlamento europeo sta dando al dibattito sul miglioramento del funzionamento dell’Unione europea un contributo cruciale: come il Presidente Tajani ha ricordato nell’Aula del Senato, le risoluzioni approvate nelle sessioni di gennaio e febbraio forniscono soluzioni per migliorare l’assetto istituzionale e precise proposte sulla dimensione sociale dell’Unione, sull’articolazione del bilancio europeo rispetto ai beni pubblici comuni e su molti altri punti importanti. Mi sembra che emerga la necessità di ripensare, con apertura, senza schematismi, quali politiche debbano indefettibilmente essere svolte a livello dell’Unione e quali invece possono essere meglio svolte a livello nazionale o regionale. Si contribuirebbe così a colmare quel divario tra promesse e risultati concreti che spesso ha minato la fiducia nell’azione dell’Unione: azione che deve concentrarsi sulle nuove sfide che solo tutti insieme possiamo affrontare.
Il ruolo dei parlamenti nazionali in questo percorso è determinante ed è segnato dal fruttuoso dialogo politico con la Commissione, dal lavoro di vigilanza rimesso alle assemblee elettive attraverso le valutazioni di sussidiarietà, e dai compiti che riguardano le politiche relative allo spazio di giustizia, libertà e sicurezza, il cuore dell’Europa delle persone. Il Parlamento italiano ha sempre interpretato in modo consapevole e con dedizione questi doveri e, da Presidente del Senato, voglio oggi ringraziare le Commissioni e i colleghi che si occupano del settore europeo per la qualità e la quantità del loro lavoro che distingue le nostre camere in Europa fra le più produttive e propositive.
Nei prossimi giorni i Governi dovranno discutere al Vertice di Roma della strada da percorrere per proseguire nel cammino comune. Io credo che la chiave del futuro sarà nella determinazione a procedere con solidarietà e coesione, senza lasciare solo nessuno, ma anche senza frustrare le ambizioni e l’impegno di chi vuole più Europa in certe aree perché nella storia europea le ambizioni delle donne e degli uomini più visionari e coraggiosi hanno sempre portato progresso, democrazia e libertà per tutti. Obiettivo prioritario è il rafforzamento democratico dell’Unione, che può riavvicinare le persone all’Europa e consolidare la loro consapevolezza e percezione della propria cittadinanza europea, che è “la garanzia maggiore della continuità dell’Unione molto più degli intendimenti dei governi o delle opinioni dei commentatori” (sono parole del Capo dello Stato).
La nostra responsabilità più importante, Signor Presidente della Repubblica, cari colleghi, è consegnare ai nostri figli e ai nostri nipoti che sono e si sentono dalla nascita cittadini europei un’Europa più influente, più giusta, più coesa e più sicura. Questo è il nostro impegno e questa la nostra speranza. Grazie.
Pietro Grasso

Boldrini, con fine Ue Europa irrilevante

 © ANSA

 ROMA, 22 MAR - "La fine dell'Europa condannerebbe il Continente all'irrilevanza. La sicurezza dei nostri cittadini si realizza con il rafforzamento dell'Unione non con la sua disgregazione". Lo ha detto la presidente della Camera, Laura Boldrini, nel suo intervento nell'aula di Montecitorio in occasione della celebrazione per i 60 anni dei Trattati di Roma.

fonte Ansa

Sergio Mattarella cantore della elite festeggia il 60° anniversario dei Trattati di Roma

Mattarella alla celebrazione parlamentare del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma
Roma 22/03/2017
Intervento di Sergio Mattarella
Signora Presidente della Camera,
Signor Presidente del Senato,
Signor Presidente del Consiglio,
Onorevoli Senatori,
Onorevoli Deputati,
Rappresentanti del Parlamento europeo,
sono onorato di prendere la parola in questa solenne seduta comune con cui il Parlamento ha deciso di celebrare il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma.
Fra tre giorni i Capi di Stato e di Governo dei Paesi dell'Unione si riuniranno in Campidoglio, nella medesima sala che ne ha visto l'atto di nascita.
La celebrazione di questo anniversario richiede che sul percorso di integrazione europea si svolga una riflessione, la cui necessità è accresciuta dall'uscita, per la prima volta, di un Paese dell'Unione, il Regno Unito, membro dal 1973.
Un primo interrogativo riguarda quali fossero la situazione dell'Europa e le condizioni del mondo prima dei Trattati, se più semplici o più difficili di quelle di oggi.
A spingere i fondatori, all'inizio, fu una condizione internazionale di forte instabilità, caratterizzata da una competizione bipolare a tutto campo.
L'Europa, Unione Sovietica a parte, dopo il conflitto mondiale, si scopriva divisa e più debole.
Il confine tra le due superpotenze passava nel cuore del continente e l'avrebbe tenuta separata, a lungo, in due tronconi.
Pochi anni prima i rischi di una terza guerra mondiale si erano manifestati con il blocco di Berlino e con la guerra di Corea. A stento, nel 1955, si riusciva a regolare la questione austriaca, sotto clausola di neutralità. Si sviluppava l'insurrezione dell'Algeria per l'indipendenza, conquistata da Tunisia e Marocco nel 1956. In quello stesso anno l'invasione dell'Ungheria e la crisi del canale di Suez. Con questa si chiudeva un'epoca e le potenze europee venivano liberate da residue illusioni colonialista.
Quella situazione di fragilità poneva l'esigenza di ridare una prospettiva all'Europa.
Nel 1951 nasceva la Comunità del carbone e dell'acciaio, l'anno dopo il Trattato, arenatosi poi in Francia, del progetto di Comunità europea di difesa.
Sarebbe stata l'Italia, prima con la Conferenza di Messina, nel 1955, poi con quella di Venezia del 1956, ad esserne motore traente, con Gaetano Martino, ministro degli Esteri nel governo Segni, fra i protagonisti.
I padri dell'Europa, che dettero vita ai Trattati, con il consenso democratico dei loro Paesi, non erano dei visionari bensì degli uomini politici consapevoli delle sfide e dei rischi, capaci di affrontarli.
Uomini che hanno avuto il coraggio di trasformare le debolezze, le vulnerabilità, le ansie dei rispettivi popoli in punti di forza, mettendo a fattor comune le capacità di ciascun paese e puntando a realizzare una grande società aperta, nella quale libertà, democrazia e coesione fossero reciprocamente garantite.
L'Europa che abbiamo conosciuto in questi anni è stata uno strumento essenziale di stabilità e di salvaguardia della pace, di crescita economica e di progresso, di affermazione di un modello sociale sin qui ancora ineguagliato, fatto di diritti e civiltà.
Alla sua progressiva costruzione hanno preso parte ex nemici della seconda guerra mondiale; poi gli ex avversari della "guerra fredda", fino a pochi anni prima appartenenti ad alleanze, per quaranta anni pronte a combattersi.
Se guardiamo alla strada percorsa ci rendiamo conto di come non sia stato mai un cammino facile, sin dall'inizio.
Negli annali, a rendere difficile il percorso dell'integrazione, fu dapprima la politica della "sedia vuota" della Francia, a metà degli anni '60 del secolo scorso.
Venne poi quella che il ministro degli esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher avrebbe definito "eurosclerosi" negli anni '70, superata coraggiosamente, all'inizio del decennio successivo, per impulso soprattutto italo-tedesco.
Interprete, per il nostro Paese, il ministro degli esteri Emilio Colombo, con il concorso di personalità quali il Cancelliere tedesco Helmuth Kohl e il Presidente della Repubblica francese, Francois Mitterand; e dello stesso Presidente Usa, Ronald Reagan.
Choc dei prezzi petroliferi, alta inflazione, ampia disoccupazione, i problemi che, in quel periodo, si dovettero affrontare, in un contesto internazionale segnato da un confronto particolarmente aspro fra i due blocchi.
La spinta all'unità europea si è sempre rivelata, comunque, più forte degli arroccamenti e delle puntigliose distinzioni pro-tempore di singoli governi o di gruppi di Paesi, giocando un ruolo significativo anche nel contributo alla evoluzione delle relazioni internazionali.
Del resto erano state pressanti le esigenze condivise alla base della comune aspirazione a rendere stabili, con l'integrazione, la libertà e l'indipendenza per i Paesi europei, a partire dai sei fondatori: Francia, Belgio, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi.
Oggi l'Europa appare quasi ripiegata su se stessa. Spesso consapevole, nei suoi vertici, dei passi da compiere, eppure incerta nell'intraprendere la rotta.
Come ieri, c'è bisogno di visioni lungimiranti, con la capacità di sperimentare percorsi ulteriori e coraggiosi.
A questo riguardo è opportuno tener conto di alcuni dati.
L'Unione e i suoi Stati membri nell'anno 2000 hanno prodotto il 26,5% del Prodotto Interno Lordo mondiale. Questa percentuale è scesa, nel 2015, di ben quattro punti.
La popolazione dell'intero continente europeo - quindi anche al di fuori dei confini dell'Unione - è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi venti anni, intorno ai 750-800 milioni di persone. Al contempo la popolazione africana, che oggi si aggira intorno al miliardo, potrebbe raddoppiare in appena venticinque anni.
Già questi due soli elementi rendono evidente che l'Europa nel suo complesso rischia di diventare più piccola sullo scacchiere internazionale, mentre, nel mondo, gli stati "giganti" continuano a crescere.
Nessun Paese europeo può garantire, da solo, la effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle antiche sovranità nazionali potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità, perché nessun Paese europeo, da solo, potrà mai affacciarsi sulla scena internazionale con la pretesa di influire sugli eventi, considerate le proprie dimensioni e la scala dei problemi.
Oggi, come sessanta anni fa, abbiamo bisogno dell'Europa unita, perché le esigenze di sviluppo, di prosperità del nostro Continente sono, in maniera indissolubile, legate alla capacità collettiva di poter avere voce in capitolo sulla scena internazionale, affermando i valori, le identità, gli interessi dei nostri popoli.
Nel 1957, e ancor prima, quando i Padri fondatori, Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schuman, Spaak, concepirono il primo disegno di integrazione, l'identità europea non era oggetto di dubbi o di discussione. Non vi era bisogno di ricorrere a metafore astratte.
I lutti, la fame, le macerie, le malattie, l'angoscia esistenziale provocate dalle due guerre mondiali - da est a ovest, da nord a sud - accomunavano milioni di europei che, con sempre maggiore insistenza, si chiedevano "perché?" rivolgendosi alle rispettive classi dirigenti con un categorico "mai più!".
Era del tutto evidente, e comprensibile a tutti, quali erano state le conseguenze dell'aver tradito - per ben due volte nel breve volgere di pochi anni - i valori della civiltà europea.
La chiamata a raccolta dei Padri fondatori stava appunto nell'aver ricordato che l'Europa dell'apertura e della solidarietà, dell'arte e delle scienze, l'Europa del libero pensiero, della tolleranza e dell'integrazione, l'Europa dei commerci, doveva ritrovare il proprio percorso e poteva farlo soltanto insieme, riunendo le capacità e il futuro dei Paesi e dei popoli del Continente.
La permanenza di tanti Stati europei sovrani e separati, appariva loro, in questo senso, anacronistica, non meno di quanto lo fossero i liberi Comuni e i piccoli principati in Italia nel secolo XVI, davanti all'urto di potenze come Spagna e Francia.
Dieci anni prima, il 29 luglio 1947, in quest'aula, Luigi Einaudi, a pochi mesi dalla sua elezione a presidente della Repubblica, preannunciando il suo voto favorevole al Trattato di pace, pronunciava queste parole:
"Invano gli Stati sovrani elevavano intorno a sé alte barriere doganali per mantenere la propria autosufficienza economica. Le barriere giovavano soltanto ad impoverire i popoli, a inferocirli gli uni contro gli altri, a far parlare a ognuno di essi uno strano incomprensibile linguaggio di spazio vitale, di necessità geopolitiche, e a far a ognuno di essi pronunciare esclusive scomuniche contro gli immigrati stranieri, quasi il restringersi feroce di un popolo in se stesso potesse, invece di miseria e malcontento, creare ricchezza e potenza". Soggiungeva, auspicando gli Stati Uniti d'Europa: "non basta predicarli. Quel che importa è che i Parlamenti di questi minuscoli Stati i quali compongono la divisa Europa, rinuncino a una parte della loro sovranità a pro di un Parlamento nel quale siano rappresentati, in una Camera elettiva, direttamente i popoli europei nella loro unità, senza distinzione tra Stato e Stato e in proporzione al numero degli abitanti e nella camera degli Stati siano rappresentati, a parità di numero, i singoli Stati".
L'alternativa reale, in altre parole, ci dice Einaudi, da settanta anni, è - ancor oggi, tra la frantumazione e l'irrilevanza di ciascuno e, invece, un processo di unificazione basato non sull'egemonia del più potente ma su uno sviluppo pacifico per mezzo di istituzioni federali e democratiche (è, questa, la lezione di Altiero Spinelli), con eguaglianza di diritti e doveri per tutti gli Stati, grandi e piccoli, che liberamente decidano di aderirvi.
Del resto, anche Winston Churchill, l'anno precedente, aveva auspicato una struttura che ricostruisse la famiglia dei popoli europei e le permettesse di vivere in pace, in sicurezza e in libertà: "una sorta - disse - di Stati Uniti d'Europa".
In questi sessant'anni di storia l'Europa è riuscita a mantenere la promessa centrale e fondante della propria identità.
La guerra è stata tenuta lontana e, per la prima volta da tempo immemorabile, tre successive generazioni non ne hanno conosciuto la barbarie.
Ad accorgersene sono stati altri, in un Paese che non fa parte dell'Unione, assegnando nel 2012 - fra lo stupore di alcuni - il Premio Nobel per la Pace all'Unione Europea.
E quando un duro scontro armato si è avvicinato ai confini dell'Unione, nella penisola Balcanica, pur fra incertezze e iniziali indecisioni, l'Europa ha preso coscienza dell'importanza di aiutare quei popoli vicini a uscire da una crisi che sembrava senza soluzione.
L'Unione ha deciso di offrire a quei Paesi un approdo politico nel quadro europeo. Grande è quindi la soddisfazione nel vedere la Slovenia e la Croazia far parte oggi dell'Unione e gli altri paesi impegnati in un percorso di integrazione progressiva che l'Italia segue attentamente, favorisce e incoraggia.
Né va dimenticato che la comune appartenenza all'Unione ha fatto estinguere la lunga, sanguinosa, scia di violenza nell'Irlanda del Nord.
Nel tempo, l'Unione Europea è stata l'approdo per popoli e Paesi segnati nella storia da dittature e tornati alla libertà: Grecia, poi Portogallo e Spagna han trovato nella Comunità europea un ancoraggio sicuro per il loro destino. E' stata poi la volta dei Paesi reduci dalla influenza sovietica - dopo il 1989 - di riunirsi a un'Europa priva, sin lì, dell'apporto dei popoli e delle culture centro-orientali.
La pluralità di sensibilità, le posizioni politiche, le tradizioni nazionali presenti nell'Unione oggi, hanno portato qualcuno a interrogarsi se sia stato saggio procedere velocemente sulla strada dell'allargamento.
Ma neppure l'Europa può permettersi di rinviare gli appuntamenti con la storia, quando essi si presentano, né possono prevalere separatezze e, tantomeno, amputazioni. Va, piuttosto, praticata e accresciuta la vicendevole responsabilità, la solidarietà nei benefici e negli oneri.
L'identità europea è costituita dall'insieme del patrimonio culturale e della eredità storica di ciascuno e da un patrimonio di principi condivisi, sviluppato congiuntamente in questi decenni. Ciò che serve è prevedere i mezzi adatti a far sì che la integrazione possa proseguire.
Questi anni di pace, benessere e prosperità dell'Europa ci hanno consentito di raggiungere traguardi di cui gli stessi Padri fondatori sarebbero giustamente fieri, malgrado limiti e carenze.
I profili dell'Europa per i nostri concittadini sono molti.
Sono le migliaia di dogane e di regolamenti nazionali aboliti per la circolazione delle persone e delle merci, circostanza preziosa per noi, Paese esportatore.
Sono i nostri prodotti stipati negli scaffali dei supermercati delle città europee, visto che oltre il 60% delle nostre esportazioni è diretto proprio a Paesi dell'Unione.
Sono i 100 milioni di turisti che, ogni anno, senza bisogno di alcun passaporto, si muovono, liberamente e senza ostacoli - in tanti in Italia - grazie allo spazio del Trattato di Schengen.
Sono i milioni di giovani che studiano liberamente nelle università europee nel programma Erasmus.
E' la moneta comune divenuta, nel breve volgere di tempo, il secondo strumento di riserva a livello mondiale. L'euro, grazie alla politica della Banca Centrale Europea, ha provocato il forte abbassamento dei costi del credito, tutelando i risparmi delle imprese e delle famiglie.
E' il livello di protezione ambientale cresciuto nelle nostre città. E' lo sviluppo delle fonti rinnovabili, la riduzione delle emissioni dei gas nocivi. Le migliaia di aree protette che tutelano la qualità della nostra vita.
E' la sicurezza alimentare, garantita, per la nostra salute, dalla tracciabilità degli alimenti consumati in Europa.
Sono i giocattoli sicuri per i nostri bambini.
Sono le migliaia di brevetti tutelati a livello europeo.
Sono i trattati commerciali che regolano e garantiscono i rapporti con altri Paesi.
E' la maggior sicurezza offerta dalla prospettiva di una politica di difesa comune, rilanciata in questo periodo.
E' la tutela del nostro modello sociale all'interno.
E' la Carta di Nizza dei diritti fondamentali dei cittadini dell'Unione.
Capovolgendo l'espressione attribuita a Massimo d'Azeglio verrebbe da dire: "Fatti gli europei è ora necessario fare l'Europa".
Sono le persone, infatti, particolarmente i giovani, che già vivono l'Europa, ad essere la garanzia della irreversibilità della sua integrazione. Verso di essi vanno diretti l'attenzione e l'impegno dell'Unione.
Signori Presidenti,
Onorevoli parlamentari,
i nostri valori di libertà individuale e collettiva, di tolleranza verso le altrui scelte, di apertura alle correnti di pensiero provenienti da altri contesti - senza abdicare al rispetto delle leggi e delle tradizioni locali - costituiscono i segni distintivi della civiltà europea. Essi - pur con ritardi e lacune - ne hanno consentito la diffusione e l'affermazione ben al di là dei nostri confini, contribuendo a disegnare un assetto nel quale il concetto di solidarietà, di reciproco sostegno fra i diversi livelli nei quali si articolano le nostre società, l'armonia fra il pubblico e il privato, nel tentativo di ridurre le grandi piaghe sociali, sono caratteristiche forti e distintive dell'essere Europa.
La soluzione alla crisi sui debiti sovrani e a quella sul rallentamento dell'economia non può essere la compressione dei diritti sociali nei Paesi membri. Tanto meno l'occasione di grossolane definizioni di Nord e Sud d'Europa.
Questa è l'anima della nostra Europa, questa è la nostra identità.
Se vogliamo un'Unione Europea più forte è da qui che dobbiamo ripartire.
Ogni qual volta abbiamo - singolarmente o collettivamente - dimenticato questa spinta ideale, abbiamo - forse inconsapevolmente - contribuito a trasformare un grande progetto politico in un programma tecnico-burocratico nel quale i cittadini europei stentano, talvolta, a riconoscersi.
La congiuntura economico-finanziaria ha lacerato il tessuto sociale dei nostri Paesi, mentre, alle nostre porte, instabilità diffusa e fenomeni di portata epocale - quali le migrazioni - hanno messo in crisi la capacità dell'Europa di rispondere alle aspettative dei suoi cittadini.
Le prove alle quali l'Unione Europea è chiamata a tenere testa - oltre a quella finanziaria e a quella migratoria, quelle ai confini orientale e mediterraneo dell'Unione e l'offensiva terroristica - pongono con forza l'esigenza di rilanciare la sfida per una riforma dei Trattati; ineludibile, come ha osservato il rapporto del Comitato dei saggi presentato nei giorni scorsi alla Presidenza della Camera.
Le ambizioni del Trattato di Lisbona, oggi vigente, appaiono inadeguate rispetto alla natura e all'ampiezza delle crisi e anche rispetto all'obiettivo di giungere a una sempre più stretta integrazione continentale.
Signori Presidenti,
Onorevoli Senatori,
Onorevoli Deputati,
costruire il futuro richiede all'Italia e all'Europa ogni possibile risorsa, una straordinaria unità d'intenti e una solida fiducia nei valori fondanti del processo di integrazione.
Non impossibili ritorni a un passato che non c'è più, non muri che scarichino i problemi sugli altri senza risolverli, bensì solidarietà fra Paesi, fra generazioni, fra cittadini che condividono una stessa civiltà.
Quando l'Italia, di nuovo libera e democratica, muoveva i suoi primi passi nella Repubblica, De Gasperi ebbe a dire: "Per resistere è necessario ricorrere alle energie ricostruttive ed unitarie di tutta l'Europa. Contro la marcia delle forze istintive e irrazionali non c'è che l'appello alla nostra civiltà comune: alla solidarietà della ragione e del sentimento della libertà e della giustizia".
Facciamo più che mai nostre queste parole.

sabato 18 marzo 2017

UN VACCINO CONTRO LA STUPIDITA’

Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin (ImacoEc)

di Gianni Lannes

Le bufale del potere in una colonia a stelle e strisce. E’ quello che gli epidemiologi temono molto e chiamano “effetto gregge”. Dal ministro Lorenzin che ha confuso i virus con i batteri e non ha uno straccio di laurea ai pennivendoli sgramellinati, pardon sgrammaticati e saccenti, agli scientisti e ai camici bianchi sul libro paga di chi spaccia veleni camuffati da farmaci. Accanto ad una responsabilità materiale ce n’è un’altra ben più grave di natura etica: la falsità dei mass media telecomandati dal potere economico. Insomma la menzogna è la vera protagonista dei tempi correnti. Non a caso l’Italia, svetta al 77° posto nella classifica ufficiale, relativa alla libertà di stampa ovvero alla disinformazione. Non a caso, si è appena dimesso il presidente del disordine dei giornalisti (un’altra casta), tale Iacopino. L’Italia è l’unico paese al mondo dove 4 vaccini per l’infanzia sono stati imposti con tanto di leggi a mezzo di tangenti, valga per tutti l’esempio del ministro sanitario De Lorenzo, che intascò nel 1991 ben 600 milioni di lire dalla Glaxo. Il medioevo tecnologico è impastato di ignoranza e oscurantismo. Ora hanno appena inventato un’epidemia fasulla e la diffondono in rete: terrorismo istituzionale. Ma la magistratura è in letargo? Alla prevaricazione e all’arroganza del potere si risponde con la rivolta morale, sociale e culturale, ossia materiale, non con l’aria fritta.

riferimenti:

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

La monarchia delle banane


La monarchia delle banane
DI LUKE O’ BRIEN counterpunch.org

 Nella classifica dei tipi di governo, giù in fondo alle repubbliche delle banane, troviamo la “monarchia delle banane”. E’ qui che troviamo oggi la Gran Bretagna post-Brexit.
LA MONARCHIA
Alcuni apologeti della monarchia vorrebbero farci credere che la prima famiglia della Gran Bretagna è in realtà la peggiore della sua specie. Essa, come il Grande Inquisitore di Dostoevskij, o l’O’Brien del Cerchio Ristretto di 1984, sono gravati da un peso talmente oneroso che le migliaia di milioni possono pure conservarsi le proprie consolazioni autoritarie. Quel piccolo cerchio ristretto di eletti mantiene la Libertà Brutta e Cattiva lontana dalle nostre porte.
Ma si levano mai la maschera? O forse dietro lo specchio magico non c’è altro che un branco di scimmie senza peli (con altrettante, se non maggiori, eccentricità)? Diamine se è così. Arrancano tra una cerimonia di inaugurazione e un’altra, tra quisquilie di palazzo e spettacoli equestri, salutando e benedicendo questo e quello, come vecchie glorie del passato. E questo lo fanno per noi. O, anzi, per meglio dire, lo fanno per te. Ma perché mai s’ infliggono – e ti infliggono – una simile esistenza? Gli tocca, per diritto di nascita, fare i nostri “signori e padroni”. Non é forse arrivato il momento di porre fine a questa prolungata farsa?
Io credo di sì. E’ il momento di riunirci, prendere i Windsor da una parte e dirgli: “Carini, è l’ora che alzate i tacchi. Sappiamo bene chi siete”.
I MILITARI
L’unica industria che grazie a Maggie Thatcher e ai suoi eredi non è tracollata è quella militare. Questa tendenza più ampia – che potremmo definire protezionismo militare – imita un’altra. Come rivelato da Adam Curtis in “The Mayfair Set” (famoso documentario che mette in luce le dinamiche della psicologia capitalista ai tempi del governo Thatcher), con David Sterling la SAS si è evoluta da un gruppo di Lawrenc-iani al maggiore gruppo mercenario del mondo. Naturalmente, come i medici privati, fanno anche un po’ di servizio pubblico (vedi: il raid contro l’ambasciata iraniana), ma la gran parte del loro lavoro consiste nel supportare principi arabi e despoti africani, in modo che possano, a loro volta, restituire la cortesia al Foreign Office come “forze di stabilità“.
In questa prospettiva, spicca in vitalità – per fare un esempio saliente – l’Arabia Saudita (senza contare l’immancabile solidarietà tra monarchi); talmente che si finisce con l’ignorare che il paese è il più grande fornitore ed esportatore di wahhabismo – il più grande nemico ideologico dei valori britannici all’estero.
Questo tipo di rapporto garantisce, praticamente, delle guerre infinite. Le guerre che ci dissero le armi nucleari avrebbero per sempre scongiurato. Trident, nella sua pelle di titanio, con i suoi terribili occhi luminosi puntati sui suoi pari – che noi chiamiamo Russia e Cina – e forse anche sullo stesso suolo americano. Dico forse perché i Guardiani, come Martin Amis chiama i nuclearisti nel suo “Thinkability” (Pensabilità), sono imperscrutabili. I loro scopi vanno oltre la portata dell’umana immaginazione; le loro intenzioni superano i confini della teoria. E per loro, progenie di Rutherford e Oppenheimer, noi non siamo nulla, null’altro che feti dell’era post-civilizzata, l’Era dell’Atomo.
LA CULTURA
E mentre l’Impero andava avanti, lasciando ai cartografi il grattacapo delle continue suddivisioni territoriali, l’ultimo governatore britannico dello Yemen, prima di tornare in patria, diede una cena. Al termine della serata, si rivolse al Ministro della Difesa e ospite d’onore Denis Healy (per inciso: ‘mai fidarsi di un uomo con delle simili sopracciglia’) e disse: “Sa, Ministro, credo che in futuro l’impero britannico sarà ricordato solo per due cose … il gioco del calcio e l’espressione ‘fuck off’ “.
Gli inglesi non aiutano molto nelle visioni competitive (es.: I Britannici come gli antichi saggi Greci agli occhi della nuova Roma – quella del Maryland. E personalmente, come forse già avete pensato, trovo le allusioni agli ateniesi piuttosto azzardate).
Ma al di là del calcio infinito, della TV spazzatura, delle spacconate importate e della piccola noia borghese, c’è molto di inglese da rispettare: il drago di Blake, i fringuelli di Darwin, il ritratto di Byron (a cui si deve la frase incredibilmente brillante: “In England Cant is so much stronger than Cunt” – In Inghilterra il Moralismo è più forte della Figa), i libri di Orwell, Paine, Mill e Kipling, le opere di Milton, Hazlitt, EP Thompson e Auden. E poi ci sono i grandi dissidenti inglesi: Richard Carlile, il cui coraggio nella lotta per la libertà di espressione dovrebbe essere noto a tutti i liberali e libertari; e John Ball che, insieme a Wat Tyler, guidò la rivolta dei contadini, andando poi incontro ad una tragica fine.
Altrettanto degni di menzione sono Bertrand Russell, Mary Wollstonecraft, Charles Dickens, George Elliot, John M. Keynes, Eric Hobsbawm e Shelley.
Sono queste tradizioni letterarie e politiche che ammiro, con la speranza di attrarvi in qualche modo attenzione. Queste e, più in generale, la causa della libertà, sono baluardi di cultura molto più meritevoli di rispetto e considerazione di qualsiasi altra cosa che quelli di Hannover ci hanno imposto finora.

SOVRANTA` e SIGNORAGGIO L`ARMA DEI CUCULI

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SOVRANTA` e SIGNORAGGIO L`ARMA DEI CUCULI......."Nessuna guerra ha l'onestà di confessare: Io uccido per rubare."
Guerre invocano sempre nobili motivi, uccidono in nome della pace, in nome di Dio, nel nome della civiltà, in nome del progresso, in nome della democrazia e se nel caso, se tante bugie non raggiungono lo scopo , ci sono i media mainstream disposti a inventarsi nemici immaginari per giustificare la conversione del mondo in una grande gabbia di matti e di un massacro immenso.
Le guerre richiedono armi dai cinque paesi che gestiscono le Nazioni Unite, che hanno potere di veto alle Nazioni Unite e che sono i cinque produttori principali.
Fino a quando la pace del mondo è nelle mani di questi guerrafondai che fanno il business della guerra?
Per quanto tempo continuiamo a credere che siamo nati per la reciproca distruzione o sterminio reciproco ....siamo sicuri sia il nostro destino?
Per quanto tempo ancora?.

fonte Sa Defenza

Calandrino: i Voucher li ha messi la sinistra PD.


Di Stefano Davidson
Calandrino: i Voucher li ha messi la sinistra PD.
Bón
Ma il quesito referendario però dice:
«Volete voi l'abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81,recante "Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema dimansioni, a norma dell'art. 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183"?».
Allora domando all'assurdo in persona:
nel 2014 e 2015 chi era che, abusivamente certo, faceva il bello e il cattivo tempo in Parlamento a botte di fiduce e tagliole?
E aggiungo, ma degli altri due quesiti che stroncheranno definitivamente il rignanese non se ne parla?
Primo quesito (reintroduzione della reintegra in caso di licenziamento senza giustacausa e sua estensione alle imprese sopra i 5 addetti – “articolo 18”)
«Volete voi l'abrogazione del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23, recante "Disposizioni inmateria di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione dellalegge 10 dicembre 2014, n. 183" nella sua interezza e dell'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n.300, recante "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale edell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento" comma 1, limitatamente
alle parole "previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai sensidell'art. 1345 del codice civile"; - comma 4, limitatamente alle parole: "per insussistenza del fatto contestato ovvero perché ilfatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni deicontratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili," e alle parole ", nonché quantoavrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione. Inogni caso la misura dell'indennità risarcitoria non può essere superiore a dodici mensilità della
retribuzione globale di fatto";
- comma 5 nella sua interezza;
- comma 6, limitatamente alla parola "quinto" e alle parole ", ma con attribuzione al lavoratore diun'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata, in relazione alla gravità della violazione
formale o procedurale commessa dal datore di lavoro, tra un minimo di sei e un massimo didodici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, con onere di specifica motivazione atale riguardo, a meno che il giudice, sulla base della domanda del lavoratore, accerti che vi è
anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applica, in luogo di quellepreviste dal presente comma, le tutele di cui ai commi" e alle parole ", quinto o settimo";
- comma 7, limitatamente alle parole "che il licenziamento è stato intimato in violazione dell'art.2110, secondo comma, del codice civile. Può altresì applicare la predetta disciplina nell'ipotesi incui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento" e alle parole ";
nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, ilgiudice applica la disciplina di cui al quinto comma. In tale ultimo caso il giudice, ai fini della
determinazione dell'indennità tra il minimo e il massimo previsti, tiene conto, oltre ai criteri dicui al quinto comma, delle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuovaoccupazione e del comportamento delle parti nell'ambito della procedura di cui all'art. 7 della
legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni. Qualora, nel corso del giudizio, sullabase della domanda formulata dal lavoratore, il licenziamento risulti determinato da ragioni
discriminatorie o disciplinari, trovano applicazione le relative tutele previste dal presentearticolo";
- comma 8, limitatamente alle parole "in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o repartoautonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento", alle parole "quindici lavoratori o più di cinque se si tratta di imprenditore agricolo, nonché al datore di lavoro, imprenditore o non
imprenditore, che nell'ambito dello stesso comune occupa più di quindici dipendenti eall'impresa agricola che nel medesimo ambito territoriale occupa più di" e alle parole ",anche seciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al
datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa più di sessanta dipendenti".».
Terzo quesito (responsabilità e controllo sugli appalti)
«Volete voi l'abrogazione dell'art. 29 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, recante
"Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14febbraio 2003, n. 30", comma 2, limitatamente alle parole "Salvo diversa disposizione deicontratti collettivi nazionali sottoscritti da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori
comparativamente più rappresentative del settore che possono individuare metodi e proceduredi controllo e di verifica della regolarità complessiva degli appalti," e alle parole "Il committente
imprenditore o datore di lavoro è convenuto in giudizio per il pagamento unitamenteall'appaltatore e con gli eventuali ulteriori subappaltatori.
Il committente imprenditore o datore
di lavoro può eccepire, nella prima difesa, il beneficio della preventiva escussione del patrimoniodell'appaltatore medesimo e degli eventuali subappaltatori. In tal caso il giudice accerta laresponsabilità solidale di tutti gli obbligati, ma l'azione esecutiva può essere intentata nei
confronti del committente imprenditore o datore di lavoro solo dopo l'infruttuosa escussione delpatrimonio dell'appaltatore e degli eventuali subappaltatori”?».
Stefano Davidson



Il crollo verticale di Calandrino col giglio marcio all'occhiello.


Di Stefano Davidson
Il crollo verticale di Calandrino col giglio marcio all'occhiello.
5 aprile 2016
il primo "Matteo risponde"
500mila visualizzazioni
1 dicembre e 2 dicembre 2016
600mila visualizzazioni totali.
Poi Matteo non risponde più fino a ieri.
Ma nonostante il silenzio e la trepida attesa dei suoi fans non arriva a 200.000 visualizzazioni.
Sono anche queste piccole cose a mostrare quanto è piccolo oggi il rignanese.
Di questo passo in un annetto fonderà ci i' su babbo il primo partito In du d'Italia. No, la religione non c'entra, il nome "in dú" indicherà solo il numero dei componenti.
Stefano Davidson


lunedì 13 marzo 2017

10 COSE CHE IL #ILPDNONCAPISCE

 il-pd-non-capisce

1. Il Pd non capisce che gli italiani sono stanchi dei loro (finti) litigi

Speranza (ex Pd): “Lotti si dimetta, ma no a mozione di sfiducia M5S’
2. Il Pd non capisce che il popolo vuole andare subito al voto

Gentiloni da Pippo Baudo: ‘Avanti fino al 2018 e fiducia al ministro Lotti’
3. Il Pd non capisce che gli italiani hanno bisogno di sicurezza

Lodi, spara e uccide il ladro. Il paese si schiera con lui: «Lo ha fatto per difendere i nipotini»
4. Il Pd non capisce che bisogna tornare alla lira perché l’euro ha rovinato gli italiani

Adsubef: L’introduzione dell’euro è stata “la più grande rapina di tutti i tempi a danno delle famiglie italiane”
5. Il Pd non capisce che l’unica risposta all’automazione è il reddito minimo per i cittadini

Elon Musk: con l’automazione servirà un Reddito di Cittadinanza universale
Renzi (dopo aver incontrato Elon Musk): Pd, il “nuovo” Renzi lancia illavoro di cittadinanza. Ma copia un’idea di Berlusconi di due settimane prima
6. Il Pd non capisce che i cittadini vogliono l’abolizione dei privilegi dei politici

Pensioni parlamentari, Di Battista: ‘Basta un giorno di lavoro per abolirle’
Richetti (Pd): “Perché intanto non voti la mia?” (Mai presentata in parlamento, ndr)
7. Il Pd non capisce che il popolo vuole il taglio degli stipendi dei parlamentari

Il Pd vota compatto contro la proposta del M5S di dimezzare gli stipendi dei parlamentari, Ezio Greggio: “Finalmente nel PD hanno fatto qualcosa di sinistra, hanno difeso gli stipendi. Lo so, i loro, però son sempre stipendi anche quelli. Diciamolo”.
8. Il Pd non capisce che i poveri vogliono una vita dignitosa, non le briciole

Poletti: “Card prepagata di 400 euro per 400mila famiglie povere”
M5S: “20 miliardi per le banche, 1 per i poveri #GentiloniNonMiFreghi”
9. Il Pd non capisce che ci vogliono fatti, non parole

Disabili: Mattarella,favorire inclusione
Ficarra e Picone: ‘Tagliando 50 milioni ai disabili il governo Gentiloni ha toccato il fondo’
Il M5S istituisce 60 borse di studio per gli atleti disabili siciliani
10. Il Pd non capisce che il popolo è esasperato

“22 marzo, Circondiamo il parlamento: Nessuna bandiera, nessun simbolo, solo cittadini!”

fonte http://www.silenziefalsita.it/2017/03/13/ilpdnoncapisce/

TERRORE IN SUD AFRICA: UNA SERIE DI TSUNAMI SI ABBATTONO SULLE COSTE!!! (VIDEO)

Una serie di mini tsunami si sono abbattuti sulle coste orientali del 
Sud Africa provocando il panico tra i turisti.Il fenomeno è stato
 particolamente 
violento a Durban dove i turisti si trovavano in spiaggia 
per godere di una bellissima giornata di sole.Gli esperti suppongono
 che l'evento sia stato scatenato dal recente ciclone tropicale 
che ha colpito il Madagascar.
    
fonte       http://terrarealtime2.blogspot.it/2017/03/terrore-in-sud-africa-una-serie-di.html