Translate

giovedì 23 maggio 2019

L’Unione Europea, un Regime oligarchico dominato da Massoni

di Luciano Lago

Chiariamo subito un concetto: l’Europa non ha niente a che vedere con quella costruzione artificale capziosa e oligarchica denominata UE.


L’Europa ha una sua Storia, un insieme di culture e tradizioni che non hanno nulla in comune con l’attuale apparato tecno burocratico che viene chiamato Unione Europea. La Storia dell’Europa, come continente e come singole nazioni, è stata fatta dai popoli, orgogliosi della loro cultura, e gli Stati europei quella cultura l’hanno difesa per millenni dalle ondate “migratorie” ostili, a partire dalle battaglie contro le invasioni.
Alle origini della Storia d’Europa abbiamo avuto la Battaglia delle Termopili e la vittoria di Salamina (480 a.C.), nell’epoca romana la vittoria sugli invasori che venivano dal nord Africa, vedi la Seconda guerra punica contro Annibale (218-202 a.C.) Lo stesso avvenne nella Battaglia di Poitiers (732 d.C.) ove Carlo Martello sconfisse Abd al-Rahaman, frenando l’espansione musulmana verso l’Europa occidentale, dando inizio alla dinastia che conobbe il suo massimo splendore con Carlo Magno.
Secolare fu la resistenza dell’Impero Bizantino contro i Turchi, fino alla caduta di Costantinopoli (1453), quando l’imperatore Costantino XI Paleologo, rivestì l’armatura antico-romana con le aquile imperiali d’oro per andare a morire, combattendo su una breccia delle mura con un manipolo di nobili.

Gloriosa fu la Battaglia di Moàacs, 1526, dove il re Luigi d’Ungheria e di Boemia col suo esercito magiaro si oppose al Solimano, e morì in battaglia. Nella lotta della cristianità europea contro i turchi dobbiamo commemorare il Primo assedio di Vienna (1529), dove 17 mila difensori absburgici, con mercenari tedeschi, spagnoli e boemi ebbero la meglio sui 120 mila uomini comandati da Solimano il Magnifico. Poi venne la Battaglia di Lepanto, 1571 e fu definitivamente sconfitta la pretesa ottomana di invadere l’Europa.
Ricordiamoci poi di quando, durante il secondo assedio e battaglia di Vienna (1683), quando ormai i turchi avevano invaso l’intera Austria. Il cappuccino Marco d’Aviano, confessore dell’imperatore d’Austria Leopoldo, riuscì a radunare la lega militare di resistenza, vincendo i puntigli dei capi cristiani fra loro rivali. Fu grazie a lui, che si riunì un esercito, mettendo assieme i 18000 austriaci (e toscani e mantovani e veneziani) comandati dal Prinz Eugen (Eugenio di Savoia); da Varsavia il re Jan Sobieski unì i suoi 30 mila polacchi, fra cui erano 3-5 mila cosacchi ucraini; il tedesco Giorgio Federico di Waldek apportò i suoi 19 mila svevi, bavaresi, franconi; l’elettore Giovanni Giorgio di Sassonia i suoi 9 mila sassoni, sicché l’Europa intera, di tutte le “razze”, (con la vergognosa diserzione del Re Sole che non partecipò, per meschina ripicca anti-absburgica) si precipitò a battersi su quella breccia fatale che erano le mura di Vienna, per non rendere l’Europa turca.
In quella fase storica, l’Europa poteva contare sull’appoggio della Santa Sede di Roma, che contribuiva a finanziare con le sue risorse le armate dei cavalieri che combattevano per difendere la Cristianità. A Roma, in quell’epoca non c’era un Papa come quello di oggi, che vuole aprire le porte all’invasione, inseguendo la falsa utopia di un’unica religione mondiale.
L’Unione Europea e i suoi burocrati, i circoli liberal progressisti e globalisti negano questa cultura e ci raccontano quale dovrebbe essere per loro la civiltà, la stessa “civiltà” che loro sostengono come “nostri valori”, ovvero le nozze tra persone dello stesso sesso, l’aborto, la droga, l’eutanasia, l’educazione gender – e li stanno opponendo in sostituzione dei valori tradizionali, cercando di imporli anche a nazioni che li rigettano, come la Polonia e l’Ungheria, mettendo queste due nazioni sotto accusa a Bruxelles – visto che rifiutano l’individualismo edonista e consumista e il relativismo morale.
L’ideologia globalista di questa Unione Europea è quella che esalta la falsa libertà, quella che, come ben dice il filosofo russo Alexander Dugin, “ha privato l’uomo di ogni forma di identità collettiva. La religione, i valori tradizionali, la gerarchia, la coscienza nazionale: bisogna liberarsene secondo gli oligarchi della UE. Tutto diventa opzionale: ognuno può scegliere la propria religione, la propria nazione, e oggi il proprio sesso. È ideologia pura: l’uomo inventa questi concetti e la realtà ci si adatta. L’obbiettivo ultimo del liberalismo è di eliminare l’umanità: si dà all’uomo la scelta di continuare a vivere o come cyborg o come animale. La preminenza viene data al mercato, alla grande finanza ed alle centrali transnazionali che decidono alle spalle dei governi e sulla base di oscuri interessi. L’elite finanziaria si arricchisce e le masse si impoveriscono.
Tutto ciò spiega la detanalità da cui è afflitta l’Europa di oggi, la disgregazione delle famiglie, l’avanzare di fenomeni come la droga e la deviazione giovanile, le ricorrenti crisi economiche. Questa UE non ha niente in comune con l’Europa, quella gloriosa e orgogliosa che ha fatto la Storia e portato al mondo la sua civiltà.
Articolo di Luciano Lago

mercoledì 22 maggio 2019

La Luce Interiore



Ritrovare la luce interiore altro non è che lo scopo più elevato dell’essere umano. Per realizzarlo sono richieste azioni di qualità e la qualità di un’azione è quasi sempre legata alla consapevolezza di chi la compie.


Non dovrà essere una ricerca egoistica finalizzata al piacere personale, non funzionerebbe, ma qualcosa di più simile ad una guarigione, ad un graduale riallineamento che restituirà la vitalità perduta, uno stato fisico, mentale e spirituale di pienezza e armonia.
Nei 25 anni trascorsi tra 1987 e il 2012, l’energia che interessa questo piano esistenziale ha innalzato la sua frequenza, sollecitandoci a sintonizzare le nostre percezioni a tale livello (l’aumento della “frequenza Schumann” ne è un fattore indicativo). Come per una crisalide, il cui stato di apparente quiescenza è propedeutico alla mutazione, l’involucro di tensione che imprigiona e paralizza le anime incarnate in questo periodo di accelerazione, incoraggia necessariamente a trascendere i vecchi schemi per assimilare le informazioni cruciali e salvifiche che condurranno l’umanità verso la meritata emancipazione. Questo spiega il ritmo sempre più incalzante con cui, in ogni ambito, le verità nascoste stanno venendo a galla e le menzogne smascherate.
La sensibilità e la capacità di discernimento miglioreranno con il tempo ma, per essere affinate, certe doti presuppongono una scelta ben precisa… quella di evolvere. Non ci sono particolari passi da seguire per farlo, ogni storia è unica e implica lezioni uniche, benché faccia comunque parte della storia collettiva.
Tra il singolo e la collettività esiste quindi un rapporto di interdipendenza e, come è facile intuire, dalla storia di ogni individuo, dalla qualità delle sue credenze e di conseguenza del suo agire, si giunge ad un intreccio più complesso di vicende, accordi e accadimenti che determinano nell’insieme quella che percepiamo come realtà generale.
Una credenza è un dogma più o meno radicato nell’inconscio e di cui spesso non si è consapevoli, cose del tipo “ho questo limite”, “non sono capace”, “non merito amore”, “amare rende deboli”, “se mi esprimo per ciò che sono, sarò respinto”, “non ho niente da offrire”, “le cose non cambiano”, “la mia felicità dipende da fattori esterni”, “non ho il controllo del mio corpo”, “la natura è ostile”, “l’uomo è malvagio”, “da solo non posso fare nulla”, “meglio subire che reagire”, ecc. La lista potrebbe allungarsi all’infinito e queste sono solo alcune tra le credenze più comuni. Strato su strato, siamo programmati da migliaia di simili affermazioni ridondanti, che attimo dopo attimo, producono effetti che si riverberano nella nostra esistenza.
Partendo dal presupposto che per dare potere alla propria vita occorre prima esaminarla, sarebbe utile chiedersi quale sia la consistenza delle idee che abbiamo su noi stessi e sul mondo in generale, poichè è attraverso questo filtro che creiamo e proiettiamo la versione del mondo che incontriamo: è un posto pericoloso e pieno di paura, oppure una grande avventura ricca di opportunità per risvegliare il potere spirituale e superare le limitazioni stabilite?
Selezioniamo noi la nostra realtà basandoci su regole che a volte ereditiamo, altre ci imponiamo, altre ancora ci vengono imposte, con sottile abilità da chi trae vantaggio a gestire quello che attualmente è il nostro pensiero. Alcuni di questi comandi ci possono stimolare o proteggere, ma altri ci limitano e ci fanno perdere opportunità, sabotandoci e rendendoci succubi, infelici. Soprattutto quelli acquisiti nell’infanzia che, per quanto ritenuti utili un tempo, servivano a interpretare situazioni che il più delle volte non sussistono o non ci minacciano più. Sono solo accordi presi con noi stessi su più livelli emozionali, con differenti priorità e in quanto tali modificabili, sostituibili o dissolubili. Non sarebbe possibile evolvere altrimenti.
In questa grande esperienza di apprendimento, e non di sopravvivenza, che è la vita, ritornare al nostro vero Sé e riaffermare il potere su noi stessi, grazie all’impegno soggettivo di ripulirci dai concetti limitanti e di riallineare la nostra frequenza, deve diventare la vera, grande priorità.
L’accettazione passiva e acritica di una vita basata sulla distrazione, sul possesso e l’abuso di beni materiali, sulla competizione e il consumo indiscriminato, denuncia invece credenze di base che rimandano all’intrinseca mancanza di potere personale.Per dare il via ad un cambiamento significativo, è necessario l’intervento di un catalizzatore che sblocchi l’energia stagnante e risvegli l’attenzione e l’intenzione, di una volontà disciplinata, nonchè di una notevole apertura mentale.
Un vero rinnovamento non deve interessare solamente le abitudini in generale ma essere genuino, deve partire dall’interno per condizionare l’esterno, deve scaturire da una coscienza libera, con credenze positive e costruttive. Quando si abbracciano credenze che migliorano la vita, il ritrovato coraggio di affermare la fiducia in se stessi, dona una nuova forma di libertà personale, che induce persino il corpo a rispondere con maggior vigore.
Decidere di accettare la definitiva responsabilità di creare la propria esperienza, è un modo fecondo di alimentare il risveglio della coscienza. Per mutare la propria condizione ed accendere la “luce interiore”, un essere deve affrontare i propri blocchi, deprogrammarsi e rendersi permeabile all’energia costantemente disponibile che lo circonda.
La stessa energia che lo anima, che ne rigenera e sostiene la vita. La stessa energia che si modifica, si traveste, che plasma, permea gli eventi e tutte le cose. I tempi sono sufficientemente maturi per consentire che ciò accada. Signori, a voi la scelta.

Per giudicare le poesie



Per giudicare le poesie
C’è un sistema semplicissimo e pratico per stabilire se una poesia è vera poesia: leggetela distrattamente, meccanicamente, senza il minimo sforzo, addirittura pensando ad altro. Se è poesia di quella buona, state pur certi che qualcosa vi entrerà nel cervello, vi toccherà come una punta. Perché la grande poesia contiene una carica di vita che basta toccarla inavvertitamente per ricevere una scossa. Naturalmente, per una totale comprensione, occorrerà in seguito starci su, leggerla e rileggerla. Ma una sommaria identificazione è facilissima. Come succede per i violinisti, che bastano quattro note per capire se sono grandi o no (mentre i pianisti sono un po’ come i prosatori, prima di esprimere un giudizio, bisogna starli ad ascoltare lungamente e poi pensarci su tre volte).
Dino Buzzati
(da “In quel preciso momento”, Mondadori, 1963)

giovedì 16 maggio 2019

Registri Akashici: la Memoria dell’Universo


di Tina Camardelli

Il Registro Akashico, metaforicamente descritto come Mente di Dio, Supercomputer Universale o Memoria dell’Universo, è una grande “biblioteca” cosmica, energetica e vibrazionale che racchiude i ricordi animici di ogni essere vivente.


Un registro personale, in cui viene meticolosamente annotato tutto ciò che riguarda ciascuno di noi: scelte, percorsi, incontri, amicizie, amori, ogni azione, ogni gesto, intenzione, ogni battito di ciglia, ogni fiore che sboccia, insomma tutto quello che succede e che succederà. L’intera storia di ogni anima sin dall’alba della creazione, vi viene memorizzata, per una questione di autoconservazione, perché l’essere umano cancella la sua memoria al momento di incarnarsi.
Akasha, in sanscrito, significa “etere” o spazio, il primo dei cinque elementi base dell’intero universo. Dall’etere tutto scaturisce e ad esso tutto ritorna. L’Akasha è il sole, la luna, le stelle, il corpo umano, gli animali, le piante, ogni forma che vediamo, tutto ciò che i nostri sensi percepiscono, tutto ciò che esiste. Contiene tutte le possibilità future, il potenziale modificabile e il divenire che sarà modificato dalle nostre scelte.
Nella Bibbia il registro è chiamato il “Libro della vita” e molti riferimenti li troviamo in Esodo, Rivelazioni e Salmi, ma anche molte altre culture ne hanno parlato: Arabi, Sumeri, Assiri, Fenici, Babilonesi, Ebrei, Maya ecc. In questi popoli esisteva la concezione dell’esistenza di un piano celeste contenente la storia fisica e spirituale del genere umano.
Ci sono stati grandi maestri, sensitivi e veggenti che hanno avuto accesso ed hanno parlato dei registri akashici nei loro testi e nei loro libri. Nostradamus, ad esempio, dichiarò di aver avuto accesso ai registri, grazie ad un metodo derivato dagli oracoli greci. H.P. Blavatsky, fondatrice della “Società Theosofica”, affermò: “i registri hanno una interazione creativa, che ci permette di trasformare il nostro presente e il nostro futuro… È la quintessenza di tutte le possibili forme di energia materiale, psichica, spirituale e contiene in essa i dati della creazione universale, che scorrono sotto l’impulso divino”.
Rudolf Steiner, fondatore della Società antroposofica, scrisse: “un uomo allarga il suo potere di cognizione, con i registri può vedere negli eventi ciò che non è percepibile ai sensi, quella parte che il tempo non può distruggere… Egli penetra temporaneamente, nella storia transitoria”. E. Cayce, il cosiddetto “profeta dormiente”, possedeva la straordinaria capacità di chiudere gli occhi, piegare le mani sullo stomaco e andare in trance, accedendo a qualsiasi informazione. Quando gli fu chiesto quali fossero le fonti delle sue informazioni, rispose: “Ho due fonti: la prima è la mente inconscia delle persone a cui leggo e la seconda è il registro Akashico, il libro della Vita, il registro dell’anima e di Dio”Ai tempi nostri, due autori come Anne Givaudan e Daniel Meruois hanno descritto, nei loro numerosi libri, nei minimi dettagli i loro viaggi nei registri Akashici.
Recentemente anche la scienza se ne sta occupando, postulando l’esistenza di un campo energetico che connette ogni cosa all’Universo (Rif. Ervin Laszlo, ” Science and the Akashic Field”, 2004). Del resto la teoria morfogenetica di R. Sheldrake – qualcosa di molto simile all’Akasha – getta luce su una possibile coscienza collettiva degli animali. Secondo lo scienziato, un cambiamento prodotto in un solo esponente, influenzerebbe gli altri della stessa specie, pur vivendo in luoghi e contesti diversi.
Ai registri si può accedere in vari modi: con le proiezioni astrali, in meditazione e con il metodo dell’invocazione. Esistono, inoltre, seminari, riti di iniziazione, scuole per chiunque voglia intraprendere un percorso di conoscenza. Ma chi scrive il registro? Secondo alcune teorie new age, sarebbero le nostre guide spirituali, gli esseri di luce o i maestri ascesi. A presiederli, sarebbero le intelligenze spirituali che chiamiamo “arcangeli”. In particolare l’Arcangelo Michele, l’Arcangelo Metatrhon e l’Arcangelo Melchizedek.
Perché è importante consultare il proprio registro akashico? Per sciogliere nodi irrisolti, situazioni di stallo che rallentano e bloccano le nostre decisioni e le nostre azioni, acquisire una maggior consapevolezza del nostro destino, comprendere e trasformare le vite passate, le esperienze presenti e le possibilità future, creando la vita che desideriamo.
Attraverso il contatto con i Maestri, si aprono dei canali di coscienza e di amore incondizionato. Tuttavia, i registri non ci sveleranno mai cose che non dobbiamo sapere, o cose che non siamo pronti a leggere, ma ci diranno solo cose utili alla nostra evoluzione. E’ importante continuare nella conoscenza, soddisfare ogni curiosità, anelare al cambiamento. L’azione di ogni singolo individuo ha, infatti, una potenzialità ben più vasta e significativa di quello che immaginiamo.
Cambiando noi stessi, possiamo per sincronicità addurre rivoluzionari cambiamenti all’intero pianeta. La “centesima scimmia”, per tornare a Sheldrake, ci fa capire come sia sufficiente una sola azione individuale per cambiare il mondo.
Articolo di Tina Camardelli

Osho: 5. L'ATTENZIONE AL TERZO OCCHIO

Sesto ChakraIl suo nome sanscrito è AJNAAltri nomi: chakra della fronte, terzo occhio, chakra frontaleSimbolo: due petali di loto di colore indaco
"L'attenzione tra le sopracciglia, lascia che la mente preceda il pensiero. Lascia che la forma si riempia con l'essenza del respiro fino alla sommità della testa e lì piova come luce." 
Questa tecnica fu data a Pitagora in Egitto, prima di essere ammesso in una scuola di misticismo, di fatto la tecnica è indiana. Pitagora la riportò in Grecia e così divenne il principio, lo strumento, che diede vita a tutto il misticismo occidentale. E una tecnica molto profonda. La fisiologia moderna afferma che, tra le due sopracciglia, si trova una ghiandola, e che questa è la parte più misteriosa di tutto il corpo: è detta ghiandola pineale, ed è il terzo occhio dei tibetani; l'occhio di Shiva, nel Tantra. Ma esso non funziona spontaneamente, per aprirlo si deve fare qualcosa. Non è cieco, è semplicemente chiuso. Questa tecnica serve ad aprirlo. Chiudi gli occhi, poi falli convergere proprio nel mezzo delle soprac­ciglia, come se guardassi esattamente nel mezzo, con entrambi. Questo è uno dei metodi più semplici per essere attenti, infatti questa ghiandola assorbe l'attenzione con estrema facilità. Se usi tutta la tua attenzione, gli occhi verranno ipnotizzati da questo terzo occhio. Si fissano, non si possono muovere. Questo terzo occhio è un magnete naturale, attira l'attenzione, la forza. Ecco perché in tutto il mondo questo è uno dei metodi più usati. È il più semplice per addestrare l'attenzione: non sei solo tu che cerchi di essere attento, la ghiandola stessa ti aiuta, la tua attenzione viene spinta con forza verso di essa, viene assorbita. In questo modo l'attenzione non è più una cosa difficile. Occorre solo conoscere il punto giusto. Per trovarlo, devi lasciare che gli occhi chiusi si muovano esattamente nel mezzo, tra le due sopracciglia, finché non percepisci quel punto magnetico: allora, immediatamente, gli occhi si fisseranno; quando sarà difficile muoverli, saprai di aver colto il punto giusto. L'attenzione che ne conseguirà ti farà sperimentare per la prima volta uno strano fenomeno: percepirai i pensieri scorrere di fronte a te, diventerai un testimone. Sarà come essere di fronte a uno schermo cinematografico: i pensieri scorrono, e tu sei un testimone. Quando la tua attenzione è focalizzata nel centro del terzo occhio, diventi subito il testimone dei tuoi pensieri. Generalmente non è così: ti identifichi sempre con i tuoi pensieri, ne assumi la forma. Quando c'è sesso, diventi sesso; quando c'è rabbia, diventi rabbia; quando c'è avidità, diventi avidità. Non mantieni mai alcuna distanza tra te e il pensiero. Questa tecnica serve a trovare il testimone. Ma accadrà anche un'altra cosa: ora potrai sentire la vibrazione sottile e delicata del respiro. Ora potrai percepire la forma del respiro, l'essenza stessa del respiro. Di cosa si tratta? Il Tantra afferma che l'aria è solo un veicolo, non la cosa reale; di fatto tu respiri `prana', vitalità. Se ti focalizzi nel terzo occhio, all'improvviso potrai vederlo, allora sarai vicino al punto da cui avviene il salto, la rottura. A quel punto, immagina semplicemente che la tua testa sia ricolma di quell'essenza. Non occorre nessuno sforzo... quando sei focalizzato nel terzo occhio, è sufficiente immaginare, e la cosa accade, proprio lì per lì! Accadrà che piova luce: quella pioggia di luce ti rinfrescherà, ti farà sentire completamente rinato, rinnovato.

Osho: Il sentiero del reale

martedì 14 maggio 2019

L’Evoluzione della Coscienza umana in 7 tappe

di José Maria Doria

Dove siamo? Da dove veniamo? Dove arriveremo? A stimolare un’interessante riflessione su questi interrogativi sono le “mappe di integrazione” realizzate da alcuni ricercatori.


La mappa dell’estensione della coscienza umana prevede sette tappe: nessun gradino è migliore o peggiore di un altro, ma comporta solo una visione di maggiore o minore ampiezza e profondità.
Nell’evoluzione della coscienza esiste una scala di complessità, da inferiore a superiore, che, ad esempio, partendo da una semplice ameba, culmina nella neocorteccia di un Buddha… Il tema dell’evoluzione della coscienza per anni è rimasto ambiguo e vago, ma attualmente sono in circolazione mappe di integrazione realizzate da ricercatori come Gebser, Wilber, Lachman e Nelles, che hanno messo a nostra disposizione riflessioni affascinanti su dove siamo, da dove veniamo e dove, pare, arriveremo.
Osservando un po’, possiamo dire che ci troviamo in un momento dell’Umanità che, in base alla scala che presentiamo di seguito, sembra essere a metà strada tra gli dei e le bestie. La seguente mappa dell’espansione della coscienza è il risultato di una sintesi del lavoro degli autori sopra citati.

1. Prima tappa

Nello sviluppo della vita di un essere umano, questo primo passo corrisponde al feto come essere unito alla madre. Per quanto riguarda l’Umanità, indica le orde di raccoglitori e cacciatori delle tribù nomadi che ci hanno preceduto nei tempi arcaici. In questo stadio, la manifestazione della coscienza è solo istintiva e l’essere umano si identifica in modo assoluto con la natura, la terra, la madre.
Questa simbiosi del feto che non conosce ancora la dualità, rappresenta uno stato di unità preconscia, in cui spiccano i fattori biologici e in cui non esiste l’individualità che consente all’essere umano di autodeterminarsi e superare lo stato di totale bisogno in cui vive.
Dalla prospettiva induista-yogica dei chakra o centri di energia del corpo umano, questa prima fase corrisponde alla zona del perineo o al chakra-radice, come principio della vita.

2. Seconda tappa

Nello sviluppo di vita di un essere umano, questa seconda tappa corrisponde alla fase dell’infanziauna fase ancora preconscia ma con già un inizio di consapevolezza dell’essere separato dalla madre, dalla natura e dal resto.
Questa fase si manifesta nella coscienza magica di un bambino onnipotente e egocentrico, che proietta la sua dipendenza infantile dalla madre, vedendosi come un figlio del cielo e diventando un fervente seguace della religione come strumento di connessione con ciò che lo univa all’origine materna. Un essere che alla maniera di un bambino si sente soggetto a tutto ciò che riguarda dogmi, bandiere e troni in uno stato di subordinazione al “padre di famiglia”. È un essere che ha bisogno di riti, fede e cieca lealtà, così come di un’identità estesa alla famiglia di origine, cultura, razza e nazione.
Questo umano-bambino si sente impotente di fronte alla sua recente separazione dalla madre, ha bisogno di figure nei cieli per avere riparo e muoversi tra ricompense e punizioni. Figure magiche e mitiche con le quali si stabiliscono codici di condotta.
In questa fase, la donna è sottoposta al patriarcato, l’essere umano si considera espulso da un paradiso e dipendente dal suo glorioso passato. Per i membri di questo stadio, la vita umana consiste nell’attraversare la valle delle lacrime della separazione, per ritornare un giorno con sacrificio e dolore alla propria origine celeste. La vita del secondo stadio è focalizzata ancora sul “guardare indietro”, cioè, ancora verso la grande madre, e il suo livello di coscienza è ancora molto scarso. È un’età evolutiva in cui la superstizione e il mito sono punti di riferimento che si manifestano in idealismi febbrili e guerre fanatiche. Questi sono tempi di teocrazie e omicidi multipli guidate da “giuste idee” e bandiere.
A livello di società, la casta sacerdotale, i leader tiranni e i monarchi per diritto di Dio aiutano a organizzare l’umanità infantile. Questo è il livello proprio della guerra, perché il bambino, quando vuole un giocattolo di un altro, glielo strappa di mano, e se trova resistenza, litiga e combatte.
Dal punto di vista della tradizione induista-yogica dei chakra o centri di energia del corpo umano, questa seconda fase corrisponde al secondo chakra che si trova all’altezza dell’ombelico.

3. Terza tappa

Nello sviluppo della vita di un essere umano, questo terzo passo corrisponde alla giovinezza. Questo stadio ha superato la pre-coscienza e si è stabilito nella coscienza. Troviamo l’uomo e la donna contemporanei, che hanno sviluppato un sé autonomo, che godono dell’indipendenza così come della gestione dei propri sentimenti e della conquista della dimensione razionale. È il tempo della scienza, di cui Galileo fu probabilmente uno dei primi esponenti, subendo la punizione dei suoi contemporanei del livello precedente, che non riuscivano ancora a comprendere il mondo logico della Scienza e la ragione positiva che più tardi avrebbero liberato l’umanità dalla superstizione e dai dogmi.
Le grandi città del XXI secolo tuttavia hanno ancora una grande rappresentanza di questo livello in quei cittadini il cui unico modo di vedere la vita è quello della scienza positivista e dello sviluppo di un cognitivismo pragmatico. Ci troviamo di fronte all’homo tecnologicus e economicus che ha imparato a “fare il suo”, lontano dal “branco” sia familiare che culturale, e che sceglie ciò che più gli conviene in quanto individuo separato e indipendente. Nel cemento delle grandi città accade che Dio è morto e la religione porta a ideologie politiche e pragmatismo ideologico ed economico di base materialista.
La patologia di questo livello è l’eccesso di materialismo, un esistenzialismo disincantato in cui il denaro e il piacere, la ragione e il rafforzamento dell’ego hanno la precedenza nel viaggio della vita.
Dalla prospettiva induista-yogica dei chakra, questo terzo stadio corrisponde al cosiddetto terzo chakra, che si trova tra le costole, sotto la punta dello sterno e rappresenta la frontiera verso passi più ampi e più profondi che chiamiamo trans-personali.

4. Quarta tappa

Nello sviluppo della vita umana, questo quarto passo corrisponde alla maturità nel suo primo stadio. Il suo centro energetico è il cuore.
Nello sviluppo dell’Umanità, è associato a una società radicata nell’intelligenza del cuore, compassionevole e inclusiva. Questo tipo di stadio include iniziative globali di diritto internazionale, reti transnazionali e movimenti umanisti che trascendono l’origine, la cultura e i ranghi di provenienza.
In questo livello, emerge l’anima e la vita è percorsa e vista con gli occhi dell’amore. L’essere umano intraprende di nuovo un movimento di riunione, ma con la famiglia prescelta, o con gruppi affini. È un essere che ritorna dall’individualità precedente per stabilire alleanze basate sull’impegno, rispetto e compassione che determinano la società emergente.
Dalla prospettiva induista-yogica dei centri energetici del corpo umano, questo quarto stadio, come indicato, corrispondere al quarto centro o chakra del cuore, e si manifesta con un sentimento di fratellanza e con sani legami. L’essere umano ha conquistato l’indipendenza e ora ritorna a stabilire collegamenti di amore e affini

5. Quinta tappa

Nello sviluppo di vita di un essere umano, questo quinto passo corrisponde alla maturità nel suo secondo stadio. A livello di Umanità si manifesta nella coscienza trans-personale, nello spirito di servizio e nel contribuire alla pace e al benessere dell’umanità.
L’essere umano è andato oltre il suo ego, è riuscito a riconoscere nell’amore i legami delle sue relazioni e può esprimere la missione della sua vita con completa dedizione,senza il pericolo di gonfiare il suo ego con i riconoscimenti ricevuti. Ha a che fare con la vocazione, con la voce e l’espressione creativa di un essere umano che si riconosce come il proprio modello e mette la sua vita a disposizione di una causa più grande per superare gli ostacoli e integrare verità, bontà e bellezza.
Dal punto di vista induista-yogico dei chakra , questa quinta fase corrisponde all’area della laringe, l’accento è sull’esprimere la missione di vita.

6. Sesta tappa

Nello sviluppo di vita dell’essere umano, questo sesto passo corrisponde alla vecchiaia. Per l’Umanità, corrisponde alla voce dell’esperienza e della saggezza, in un livello di visione trans-personale unitario che integra l’unità della coscienza e la molteplicità della forma, e che indica anche la vita contemplativa e la gioia primordiale di una seconda solitudine. La visione di questo stadio implica lucidità e amore come combinazione di esperienze che trascendono il tempo e lo spazio nell’interiorità dell’essenza.
La simultaneità di tutti i tempi, la trasparenza e la testimonianza dei processi interni ed esterni della propria vita, indicano che la consapevolezza di questo stadio è associata alla pace profonda e alla raffinata comprensione del Mistero trans-razionale.
Dal punto di vista induista-yogico, questa sesta tappa corrisponde al sesto chakra, situato nella ghiandola pituitaria e pineale, chiamato anche nelle tradizioni spirituali “terzo occhio”.

7. Settima tappa

Nirvana, estinzione, arrivo, conclusione. Fine e inizio. Oceano infinito di coscienza. Tao. Oltre ogni dualità. Il potere della quiete primordiale in cui tutto si manifesta.

8. Conclusioni

Innanzitutto, anche se la scala di per sé ha un aspetto gerarchico, nessun gradino è migliore o peggiore di un altro, ma comporta solo una visione di maggiore o minore ampiezza e profondità. Vedere la vita dal 4° piano non è “migliore” che vederla dal 3° piano, semplicemente contempla un orizzonte più grande. Un adulto non è “migliore” di un bambino; il bambino non può essere messo al posto dell’adulto, tuttavia, l’adulto può essere messo al posto del bambino.
In secondo luogo, il fatto di essere nel 4° livello, per esempio, non significa che gli impulsi istintuali o emotivi dei primo e secondo livello siano sepolti per sempre e non esistano più. Ricorda che ogni nuovo passo permette di integrare e trascendere il precedente. Ciò significa che vivremo gli impulsi e i processi di tutte le fasi, la differenza consisterà nel fatto che questi non determineranno le nostre azioni, saranno solo presenti, senza che la loro influenza determini le azioni del nostro percorso.
In terzo luogo, se durante la lettura di questa mappa abbiamo cercato di collocarci in un certo livello, dovremmo prendere in considerazione che le sette tappe menzionate non sono ordini chiusi e che l’essere umano, in qualche modo, è in risonanza con tutte e sette le tappe. Un’altra cosa è invece riconoscere con umiltà, che una parte preponderante del nostro lavoro evolutivo è immerso in uno stadio predominante, sebbene ci siano risonanze, in misura minore, con altri stadi.
Siamo in un momento di grande accelerazione evolutiva che ci permetterà di orientarci verso l’autorealizzazione di potenziali insospettati. Coerentemente con la scala dei bisogni della “piramide di Maslow”, possiamo affermare che una parte di questa Umanità inizia a trascendere i livelli di base della scala, e questo gli consente di orientare lo sguardo verso la Coscienza di Luce.
Articolo di José Maria Doria

LA LUCE O L’INIZIO DELLE FORME


110420152059_1_540x360
di Robert Grosseteste (1175-1253)
Proponiamo qui la traduzione italiana offerta da Paolo Rossi dell’opuscolo De luce (La luce) scritto da Roberto Grossatesta (1175-1253). L’autore, uno dei più importanti maestri dell’università di Oxford poi divenuto vescovo di Lincoln nel 1253, sostenne la necessità di applicare la matematica allo studio della natura fisica. Influenzato dal neoplatonismo e dai trattati arabi di ottica, Grossatesta intende interpretare l’istante “atemporale” dell’origine dell’universo, indicando la luce come forma prima dei corpi, che fa sì che la materia prima (non formata) si estenda e si espanda secondo le tre dimensioni. Essa si diffonde trascinando con sé la materia (informata) e moltiplicandosi infinitamente origina la quantità finita e così la struttura dell’universo, concepita come una serie di sfere. Il testo, che risulta diviso in due parti, la prima dedicata alla metafisica della luce in senso stretto e la seconda ad una cosmogonia, procede in questo modo: inizialmente chiarisce le necessarie nozioni metafisiche, quindi presenta gli enunciati matematici che spiegano l’espansione e descrive la formazione delle 13 sfere dell’universo (9 celesti e inalterabili, 4 – gli elementi – del mondo inferiore e soggetto al cambiamento), per concludersi con una discussione del numero perfetto. La novità risiede nella consapevole sintesi tra la Genesi biblica e la cosmogonia aristotelica del De caelo, a differenza della quale la realtà ha una struttura matematica. Il testo, che dunque contiene alcune concezioni medievali metafisiche e astronomiche, è un esempio della sintesi tra filosofia e scienza propria della scuola di pensiero di Oxford ed è un’importante fonte quanto alla metafisica della luce medievale.
Ritengo che la forma prima corporea, che alcuni chiamano corporeità, sia la luce. La luce infatti per sua natura si propaga in ogni direzione, così che da un punto luminoso si genera istantaneamente una sfera di luce grande senza limiti, a meno che non si frapponga un corpo opaco. La corporeità è ciò che necessariamente è prodotto dall’estendersi della materia secondo le tre dimensioni, sebbene l’una e l’altra, cioè la corporeità e la materia, siano sostanze in se stesse semplici, prive di qualsiasi dimensione. Non fu possibile, in verità, che la forma, in se stessa semplice e priva di dimensione, conferisse la dimensionalità in ogni parte alla materia, a sua volta semplice e priva di dimensione, se non moltiplicando se stessa ed estendendosi immediatamente per ogni dove, trascinando la materia nel suo estendersi, dal momento che la forma in quanto tale non si può separare dalla materia, perché non è scindibile da essa, né la materia può essere privata della forma. Ora, io ho indicato nella luce ciò che ha per natura questa capacità, cioè di moltiplicare se stessa e di propagarsi istantaneamente in ogni direzione. Quindi qualunque cosa produce questo effetto o è la luce oppure la produce in quanto partecipe della natura della luce, la quale agisce in tal modo per propria virtù. Quindi, o la corporeità è la luce stessa oppure essa agisce in quel modo e conferisce le dimensioni alla materia in quanto partecipa della natura della luce e agisce in virtù di essa. Ma, in verità, non è possibile che la forma prima conferisca le dimensioni alla materia in virtù di una forma ad essa posteriore; dunque la luce non è una forma posteriore alla corporeità, ma è la corporeità stessa. Inoltre, i filosofi ritengono che la forma prima corporea sia di maggior valore rispetto a quelle successive, che abbia una essenza più eminente e più nobile, e che sia quella che è maggiormente simile alle forme separate. La luce senza dubbio ha una essenza più eminente, superiore e più nobile di quella di tutte le cose corporee, e più di tutti i corpi è simile alle forme separate, che sono le intelligenze. La luce, dunque, è la prima forma corporea. La luce, dunque, che è la prima forma nella materia prima creata, moltiplicandosi da se stessa per ogni dove in un processo senza fine ed estendendosi in ugual misura in ogni direzione, al principio del tempo si diffondeva traendo con sé la materia in una quantità grande quanto la struttura dell’universo. E l’estendersi della materia non poté avvenire senza un processo di moltiplicazione della luce che fosse finito perché ciò che è semplice non genera il “quanto” [1], se replicato in una successione finita, come mostra Aristotele nel De caelo et mundo [2]; mentre genera necessariamente un “quanto” finito dopo un processo di moltiplicazione all’infinito, poiché ciò che è prodotto in questo modo oltrepassa infinitamente ciò dalla cui moltiplicazione è prodotto. Ora, ciò che è semplice non può essere infinitamente oltrepassato da ciò che a sua volta è semplice, ma soltanto la quantità finita oltrepassa infinitamente ciò che è semplice; infatti il “quanto” finito moltiplicato infinite volte oltrepassa infinitamente ciò che è semplice. Necessariamente, quindi, la luce, che in sé è semplice, mediante un processo di moltiplicazione infinita, fa sì che la materia, a sua volta semplice, acquisti le dimensioni di una grandezza finita.
È possibile, d’altra parte, che un insieme infinito di numeri sia in rapporto a una serie infinita in ogni proporzione numerica e anche non numerica [3]. E ci sono serie infinite maggiori di altre e altre serie minori. L’insieme di tutti i numeri sia pari che dispari è infinito, e come tale è maggiore dell’insieme dei numeri pari, che nondimeno è infinito, perché il primo supera l’altro per l’insieme di tutti i numeri dispari. Anche la serie non interrotta dei numeri doppi successivi alla unità è infinita, come pure la serie dei sottomultipli corrispondenti a quei multipli è infinita; ma necessariamente l’insieme dei sottomultipli è sottomultiplo rispetto all’insieme dei multipli. Allo stesso modo l’insieme di tutti i numeri che sono la terza parte corrispondente di quelli. Lo stesso vale per ogni proporzione numerica, perché secondo ciascuna di esse è possibile stabilire un rapporto tra un infinito e un altro infinito[4]. Se poniamo, infatti, la serie ininterrotta dei numeri doppi successivi all’unità e la serie infinita di tutti i numeri che sono la metà corrispondente di quei doppi, e togliamo dall’insieme dei sottomultipli l’unità o qualunque numero finito, fatta la sottrazione non avremmo ancora la proporzione di uno a due fra la prima serie e ciò che resta della seconda, ma neppure avremmo una qualche proporzione numerica, perché se da una proporzione numerica, sottraendo dall’estremo minore, rimanesse un’altra proporzione numerica, bisognerebbe che ciò che è sottratto fosse configurabile come una qualche parte o un certo numero di parti di ciò da cui viene tolto. Ma il numero finito non può essere considerato parte o alcune parti del numero infinito; dunque, tolto un numero dall’insieme infinito dei sottomultipli, non permane una proporzione numerica tra l’insieme infinito dei numeri doppi e ciò che resta dell’insieme infinito dei loro sottomultipli. Stando così le cose, è chiaro che la luce nella moltiplicazione infinita di se stessa estende la materia in dimensioni finite minori e maggiori secondo le proporzioni che vengono a determinarsi fra di esse, numeriche cioè e non numeriche. Infatti, se la luce nella moltiplicazione infinita di sé estende la materia nella misura di due cubiti, raddoppiata quell’infinita moltiplicazione la estende nella misura di quattro cubiti, e dimezzata la estende nella misura di un cubito; e così via secondo le altre proporzioni numeriche e non numeriche. Questo, credo, fu l’intendimento di quei filosofi che affermarono che tutte le cose sono formate da atomi, e che ritennero che i corpi sono formati da superfici, le superfici da linee e le linee da punti [5]. Né questa posizione va contro quella che afferma che la grandezza è formata solamente da grandezze, perché in tanti modi si dice il tutto quanto la parte. In un senso infatti si dice che la metà è la parte del tutto che presa due volte ricostituisce il tutto, e in un altro che il lato è la parte della diagonale, che preso poco più di una volta dà la diagonale, ma preso più di una volta supera la diagonale [6]. E ancora, una cosa è dire che l’angolo di tangenza è parte dell’angolo retto, nel quale sta infinite volte [7], e tuttavia sottratto un numero finito di volte da quello lo diminuisce; e un’altra è dire che il punto è parte della linea, nella quale sta infinite volte, ma che sottratto da essa per un numero finito di volte non la diminuisce. Tornando al mio discorso, dico che la luce, moltiplicandosi infinitamente per propria virtù in ugual misura in ogni direzione, estende parimenti in forma di sfera la materia per ogni dove, e ne segue che, in forza di questo estendersi, nelle parti più esterne della materia si verifica una espansione e una rarefazione maggiore che non nelle parti più interne, prossime al centro; cosicché mentre le parti più esterne avranno raggiunto il massimo grado di rarefazione, quelle più interne saranno ancora suscettibili di maggior rarefazione. Quindi la luce, estendendo la materia prima in forma di sfera nel modo predetto e rarefacendo al grado massimo le parti più esterne, nella zona periferica della sfera realizzò le potenzialità della materia, tanto da non lasciare spazio per una ulteriore spinta. E in questo modo all’estremità della sfera si è formato il primo corpo, che è chiamato firmamento, composto solamente da materia prima e forma prima, e perciò è un corpo semplicissimo relativamente alle parti che costituiscono l’essenza e la quantità massima; esso non differisce dai corpi se non perché in esso la materia è determinata solamente dalla forma prima. Il tipo di corpo, infatti, che si trova in questo e negli altri corpi celesti, avendo nella sua essenza la materia prima e la forma prima, non subisce aumento di materia né diminuzione della materia mediante la forma prima. Originatosi pertanto in questo modo il primo corpo, cioè il firmamento, a sua volta esso emana il proprio lume da ogni parte verso il centro dell’universo. Poiché il primo corpo è stato originato dalla luce, che per sua natura si moltiplica, dal primo corpo per necessità si diffonde verso il centro la luce, che, essendo forma per nulla separabile dalla materia, nel diffondersi dal primo corpo trascina con sé la spiritualità della materia del primo corpo. La luce, dunque, emana dal primo corpo, che è un corpo spirituale, o, se si preferisce, uno spirito corporeo. Poiché la luce al suo passaggio non divide il corpo che attraversa, per questo passa istantaneamente dal corpo del primo cielo fino al centro. Il suo passaggio, però, non è da intendersi come quello di una cosa che passi istantaneamente dal cielo al centro – perché questo probabilmente è impossibile –, ma il suo passaggio avviene per moltiplicazione di sé e per infinite generazioni della luce. La luce, dunque, propagatasi dal primo corpo e raccoltasi verso il centro, compresse la massa esistente al di sotto del primo corpo; e dal momento che il prima corpo non poté subire diminuzione, in quanto compiuto e immutabile, né fu possibile che si creasse uno spazio vuoto, avvenne necessariamente che nella compressione le parti più esterne della massa si estendessero e si separassero. Così si aveva di conseguenza una maggior densità nelle parti interne della massa, mentre in quelle esterne la densità diminuiva. E fu così grande la forza della luce nella sua spinta di compressione e contemporaneamente di separazione, che provocò la massima rarefazione e la diminuzione di densità delle parti esterne della massa situata al di sotto del primo corpo. In questo modo si veniva a formare in quelle parti la seconda sfera, in se stessa compiuta, non suscettibile di alcuna ulteriore spinta. Così avviene la formazione e il completamento della seconda sfera: il lume è generato dalla prima sfera, ma mentre nella prima sfera è semplice, nella seconda la luce è duplicata. Ora, come la luce generata dal primo corpo formò la seconda sfera e lasciò al di sotto della seconda sfera una massa più densa, così la luce generata dalla seconda sfera diede origine alla terza sfera e lasciò al di sotto di essa una massa ancor più densa. Orbene, secondo questo ordine si sviluppò il processo di concentrazione disgregante, finché si formarono le nove sfere celesti e si concentrò all’interno della nona sfera inferiore una massa compressa, che era la materia composta dai quattro elementi. Ora, l’ultima sfera, che è quella della luna, generando luce essa pure, mediante la sua luce produsse una concentrazione anche nella massa al suo interno, che a sua volta provocò l’assottigliamento e la disgregazione delle sue parti più esterne. Tuttavia la forza di questa luce non fu tanto grande da provocare con la concentrazione la disgregazione massima delle parti esterne; perciò in quella massa il processo restò incompiuto, e quindi mantenne la possibilità di subire concentrazione e disgregazione, e la sua parte più esterna conservò ancora i caratteri propri degli elementi, pur essendo stata tuttavia tramutata in fuoco dal processo di disgregazione. Questo elemento, emanando luce e concentrando la massa situata al di sotto di sé, ne provocò la disgregazione delle parti esterne, sebbene in grado minore rispetto alla propria. In questo modo fu prodotto il fuoco, il quale, generando luce a sua volta e comprimendo la massa pasta al di sotto di sé, produsse lo stesso effetto di disgregazione delle parti esterne, dando così origine all’aria. La quale pure, generando un corpo spirituale, o uno spirito corporeo, e comprimendo la materia posta all’interno della sua sfera così da provocare la disgregazione delle parti esterne, diede origine all’acqua e alla terra; ma, poiché nell’acqua continuò a permanere una potenza congregante maggiore di quella disgregante, anche l’acqua rimase unita alla terra, che è pesante. In questo modo dunque si sono originate le tredici sfere di questo mondo sensibile, vale a dire le nove sfere celesti inalterabili, nelle quali non c’è aumento, generazione o distruzione, perché sono totalmente compiute, e quattro che al contrario sono alterabili, nelle quali c’è accrescimento, generazione e distruzione, come è naturale per ciò che non è totalmente compiuto. Ed è chiaro anche perché ogni corpo superiore, secondo il lume generato da sé, sia la specie e la perfezione del corpo successivo; e come l’unità in potenza è in certo qual modo ogni numero seguente, così il primo corpo in virtù della moltiplicazione della sua luce è in un certo senso ognuno dei corpi derivati. La terra, poi, in forza della concentrazione in se stessa delle luci superiori, è tutti i corpi superiori; per questo dai poeti è chiamata Pan, cioè tutto, e anche Cibele, si direbbe quasi “covile”, che deriva dal “cubo”, vale a dire la solidità, perché fra tutti i corpi essa è la più compressa; cioè Cibele, la madre di tutti gli dei, perché, sebbene nelle zone superiori si siano accumulati i lumi, essi non sono tuttavia comparsi in essa per propria virtù, ma è possibile far scaturire da essa il lume di qualsiasi sfera; così da essa come da una madre sarà generato qualsiasi dio. Invece i corpi che stanno nel mezzo hanno una duplice caratteristica. Rispetto ai corpi inferiori, infatti, si comportano come il primo cielo rispetto agli altri corpi; verso i corpi superiori, invece, si comportano come la terra nei confronti di tutti gli altri corpi; e così in altri modi in ciascuno dei cieli sono tutti gli altri cieli. Il principio determinatore e la perfezione di tutti i corpi è, dunque, la luce, che nei corpi superiori, però, è più spirituale e semplice, mentre in quelli inferiori è più corporea e maggiormente moltiplicata. Né tutti i corpi sono della medesima specie, sebbene siano stati originati da luce semplice o moltiplicata, come neppure tutti i numeri sono della stessa specie, pur essendo stati formati con una minore o maggiore moltiplicazione a partire dall’unità. Dicendo queste cose, forse si fa palese l’intendimento di coloro i quali dicono che tutte le cose sono un’unica entità, perché originate dalla perfezione di una sola luce, e quello di coloro che sostengono che il molteplice è tale per la differente moltiplicazione della luce [8]. Ora, poiché i corpi inferiori partecipano della forma dei corpi superiori, il corpo inferiore, per la forma che condivide con il corpo superiore, riceve il moto dalla medesima forza motrice incorporea dalla quale è mosso il corpo superiore. Per la qual cosa, la forza incorporea dell’intelligenza o dell’anima, che muove la sfera prima e suprema con un moto della durata di un giorno, muove con lo stesso moto tutte le sfere celesti inferiori; ma quanto più sono inferiori, tanto più debolmente ricevono questo moto, perché quanto più è inferiore la sfera, tanto più in essa la luce prima corporea è meno pura e più debole. Sebbene, poi; gli elementi partecipino della forma del primo cielo, non sono, tuttavia, mossi con un moto diurno dal motore del primo cielo; pur partecipando della luce prima, non assecondano tuttavia la forza motrice prima, poiché essi posseggono questa luce ma impura, debole, lontana dalla purezza che ha nel primo corpo, e perché essi hanno anche la densità della materia, che è il principio della resistenza e del rifiuto. Tuttavia alcuni ritengono che la sfera del fuoco ruoti con moto diurno, e a prova di questo portano il moto circolare delle comete, e dicono pure che questo moto si trasmette fino alle acque del mare, così da causare le maree. Ma tuttavia tutti coloro che argomentano correttamente sostengono che la terra è priva di questo moto.
In modo simile le sfere che vengono dopo la seconda, che comunemente secondo il calcolo fatto a partire dal basso è detta ottava, poiché partecipano della forma di quella partecipano tutte del suo moto, che hanno come proprio oltre al moto diurno. Poiché poi le sfere celesti sono compiute e non soggette a rarefazione o condensazione, in esse a luce non può provocare lo spostamento di particelle della materia dal centro, in modo da produrre rarefazione, oppure verso il centro, condensandole. E a causa di ciò le sfere celesti non sono suscettibili dei moti verso l’alto o verso il basso, ma solamente del moto circolare prodotto dalla forza motrice dell’intelligenza, la quale, riflettendo su se stessa al modo di un corpo l’intelletto, fa compiere al corpo delle sfere una rotazione circolare. Negli elementi, invece, poiché sono incompiuti e soggetti a rarefazione e condensazione, la luce che è in essi provoca uno spostamento dal centro, producendo rarefazione, o verso il centro, così da condensarli; per cui a motivo di questo essi sono per natura soggetti al moto verso l’alto o verso il basso. Nel corpo più alto, che è il più semplice tra i corpi, abbiamo quattro determinazioni, vale a dire la forma, la materia, la composizione e il composto. La forma, essendo semplicissima, sta al posto dell’unità. La materia a buon diritto partecipa della natura del numero due a causa della sua duplice potenzialità, cioè la capacità di avvertire e di recepire gli influssi, e anche a causa della divisibilità [9] che è per natura propria della materia, la quale in primo luogo e principalmente inerisce al numero due. La composizione ha in sé la natura del numero tre, perché in essa troviamo la materia determinata dalla forma, la forma inerente alla materia e la proprietà stessa conferita dalla composizione, che in ogni composto è identificabile come l’altro e terzo elemento distinto dalla materia e dalla forma. Ciò che si costituisce come composto, che è una determinazione reale oltre alle tre appena viste, rientra nella natura del numero quattro. Nel primo corpo, dunque, nel quale virtualmente sono gli altri corpi, noi troviamo il numero quattro, e quindi in forza della sua stessa origine il numero degli altri corpi non può essere superiore al dieci. Infatti, sommando il numero uno proprio della forma, il due della materia, il tre della composizione e il quattro del composto, si ha il numero dieci; per questo appunto dieci è il numero dei corpi delle sfere del mondo, poiché la sfera degli elementi, sebbene si divida in quattro parti, è tuttavia intesa come una sola, perché tutti gli elementi hanno in comune la corruttibilità della natura terrestre. Da quanto detto è chiaro come il dieci sia il numero perfetto dell’universo, perché ogni ente uno e compiuto ha in sé un qualcosa come la forma e l’uno, un qualcosa come la materia e il due, qualcos’altro come la composizione e il tre, e qualcosa ancora come il composto e il quattro; né d’altra parte è possibile aggiungere una quinta determinazione oltre a queste quattro, per cui ogni ente in sé uno e compiuto è rappresentabile con il numero dieci. Appare ormai manifesto, infine, che solo le cinque proporzioni rinvenute in questi quattro numeri: l’uno, il due, il tre, il quattro, si accordano alla composizione e all’armonia che costituisce ogni composto.
Per la qual cosa si danno solo queste cinque proporzioni armoniche nelle modulazioni musicali,
nella danza e nei tempi scanditi dal ritmo”

— Note —
 [1] Così rendo il latino: quantum; parallelo a questo luogo è un passo del Commento di Grossatesta alla Fisica: cfr. Roberti Grosseteste, Episcopi Lincolniensis, Commentarius in VIII libros Physicorum Aristotelis, ed. R.C. Dales, University of Colorado Press, Boulder (Colorado), 1963, p. 9.
[2] Aristotele, De caelo I 5-7.
[3] Passi paralleli si leggono in Roberti Grosseteste… Commentarius in VIII libros Physicorum Aristotelis cit., pp. 56 e 91-92.
[4] Baur (p. 53, r. 12) legge: finitum ad infinitum; accolgo, invece, la correzione di McEvoy (cfr. J. McEvoy, The Philosophy of Robert Grosseteste, Clarendon Press, Oxford 1982, p. 153, nota 13), che è attestata anche da C (f. 1rb).
[5] A questo proposito, cfr. Aristotele, De caelo III 1,299a ss., e un brano del Commento di Grossatesta alla Fisica (ed cit., p. 57); si può vedere nel passo anche un’eco di quanto riporta Diogene Laerzio (VIII 24-25) a proposito di Pitagora e dei Pitagorici: «Nelle Successioni dei filosofi Alessandro dice di aver trovato anche queste notizie nei commentari pitagorici: 25. il principio di tutte le cose è la monade; dalla monade deriva la diade indeterminata, che serve alla monade, che ne è la causa, da sostrato materiale. Dalla monade e dalla diade indeterminata, poi, nascono i numeri, e dai numeri i punti, e da questi le linee, da cui derivano a loro volta le figure piane. Dalle figure piane nascono le figure solide, e da quest’ultime corpi sensibili, i cui elementi sono quattro e cioè fuoco, acqua, terra e aria» (cfr. I Presocratici. Frammenti e testimonianze, I, Introduzione, traduzione e note di A. Pasquinelli, Einaudi [«Classici della filosofia», III*], Torino 1958, p. 89).
[6] Il testo latino nell’edizione Baur suona: «… sed (costa) aliquotiens sumpta exsuperatur a diametro» (cfr. p. 54, rr. 6-7). C al f. 1vb legge: «… exuberat a diametro», che ritengo la lezione attendibile.
[7] L’angolo di tangenza è quello formato da una tangente con una circonferenza.
[8] Riferimenti o citazioni non identificati.
[9] Leggo: divisibilitatem seguendo C, invece di: densitatem (cfr. ed. Baur, p. 58, r. 13).
Da: Roberto di Grossatesta, Metafisica della Luce, Introduzione, traduzione e note di Paolo Rossi, Rusconi, Milano 1986, pp. 113-123.